Racconti Brevi
Clicca sui titoli dei racconti per leggerli. Vi auguro una buona lettura…
Festa di Compleanno
Dalla raccolta di racconti “Storie di umani e consimili” pubblicato da Montag edizioni
Quel giorno tutto doveva essere perfetto. La festa, la torta, gli invitati. Perfino Totò, il cane, avrebbe dovuto esserlo, per questo era stato portato in un centro di tolettatura, fatto lavare e profumare.
La vittoria sulla malattia era stata salutata con enorme sollievo dai parenti e dagli amici, dopo mesi di paura che non riuscisse a guarire. La depressione è un morbo che non assale il corpo ma l’anima, e spegne tutte le luci che, nel buio, segnalano la strada da seguire, non altrimenti dalla pista di atterraggio di un aeroporto la notte.
Silver, prima di cadere in quella trappola, era un uomo di successo, andava sempre di corsa, senza mai fermarsi. Fare ogni cosa di fretta era il ritmo normale della sua vita, quasi il senso della vita stessa.
Allora non sapeva cosa fosse la depressione. Ma neppure la tristezza, o quella stretta al cuore che talora prende sentendo certe notizie, o guardando un tramonto, gli occhi di un bambino, lo sguardo triste di una donna, o ascoltando il proprio cuore.
Poi era scivolato dentro quelle sabbie mobili senza una vera ragione. Una piccola difficoltà sul lavoro, un risultato non conforme alle attese, con conseguente scadimento dell’autostima. Una sciocchezza a cui aveva subito rimediato.
Ma il fatto di avervi posto rimedio, anziché rassicurarlo, gli aveva fatto nascere il tarlo di poter sbagliare, essere come gli altri. Un buco nella corazza. Finché il buco si era allargato al punto da occupare la corazza intera e farlo sentire nudo.
Una volta nel baratro di quella luce nera, senza più alcun istinto vitale, la capacità di alzarsi, muovere un dito o un pensiero, era stato costretto a curarsi, ad andare da uno “strizzacervelli”, come li chiamava prima. Poi aveva cominciato a chiamarli col loro nome, psichiatri, e psicofarmaci la cura per ritrovare un barlume di speranza.
Si era isolato dai parenti e dagli amici. E per vincere il giogo della malattia e mitigare la solitudine che si era imposto per non sentirsi giudicato, si era preso un cane.
Totò pareva dirgli che la vita, anche quando sembra abbandonare chi la vive, non smette di parlargli; che la malattia è il sintomo di un malessere diverso, più profondo, e anch’esso ha qualcosa da dire, e si deve stare a sentire e non sopprimere coi farmaci o fingere che non ci sia, per diventare la persona che si decide di essere.
Silver gli raccontava del terrore dell’inadeguatezza, di un futuro che non aspetta chi si ferma o si attarda, in un tempo che costringe l’uomo a inseguire i ritmi imposti dal lavoro e dalle macchine, e dove i mezzi creati per realizzare i desideri sono più veloci dei desideri stessi e, alla fine, l’anima si trasforma in un deserto.
Ed era venuto il giorno del suo compleanno.
Il peggio è passato aveva detto Silver a ogni convitato chiamandolo al telefono perché non mancasse alla festa.
Quella sera gli ospiti si trovarono nella sua casa di campagna, passarono dal cancello del giardino, che era aperto, e, indirizzati dalle lampade lungo il percorso, attraversarono il ciottolato che conduce all’ingresso. Anche la porta di casa era aperta, e le luci in entrata accese, a condurre nella sala da pranzo, la tavola imbandita di ogni bendidio.
In un angolo Silver, il sorriso obliquo di una volta, appeso per una corda a una trave, e sotto Totò, che guardava il suo padrone penzolare dall’alto, e lo perdonava del suo gesto.
Il peggio è passato diceva la sua faccia. Ora sto bene.
Il Caso del Dottor Balanzone
Dalla raccolta di racconti “Avanzo, il detective”
È un fatto. Con buona pace di Conan Doyle, oggi a fare l’investigatore privato conta più la fantasia dell’analisi induttiva. Se non nel risolvere i casi – storie di corna in tutte le salse, ma a Bologna ci fanno più corna che mortadelle –, di sicuro nel riempire il tempo fra un caso e l’altro.
Stavo giusto riempiendolo con un solitario a Cluedo, quando la porta del mio ufficio girò sui cardini e lasciò sulla soglia un tipo bassetto e con tre peli in testa.
“Il signor Avanzo? Massimo Avanzo?”
“Così mi ha registrato all’anagrafe mia madre” ribattei inguattando il Cluedo. “Mio padre non ha mai voluto riconoscermi.”
“Non li sopporto quelli che non ti riconoscono. Soprattutto per strada, dopo che li hai salutati.”
“Ha detto che gli avanzi li lasciava agli altri.”
Si sedette.
“Quelli oggi non li vuole più nessuno” disse lisciandosi il capo. I tre peli non si mossero, erano incollati alla zucca da un gel a presa rapida.
“Che posso fare per lei?”
“Mi hanno minacciato di morte.” Tirai un sospiro di sollievo, niente corna stavolta. “Una lettera anonima.”
Estrasse un foglio da un borsello d’annata e me lo passò. Lo lessi a voce alta:
Sei uno stronzo, un egoista e un ruffiano. Non meriti di vivere
. Pensai che se tutti quelli così dovevano morire, si sarebbe risolto il problema dei parcheggi in centro. Proseguii:
Martedì grasso morirai, per reincarnarti nell’animale che sei sempre stato: un maiale!
” Firmato, il dottor Balanzone.
Reincarnazione, l’eterno ciclo delle rinascite e delle rimorti. Mi tornarono in mente gli anni della giovinezza, quando per soddisfare la mia sete di verità diventai prima un accanito bevitore di acquasanta e poi mi laureai in filosofia con una tesi sulla metafisica, la scienza di tutte le cause. Comprese le cause perse.
“Vede,” riprese il pelato, con tutta la lucidità dei pelati “non è neanche tanto per il morire, tutti lo dobbiamo un giorno o l’altro. Quello che mi secca è reincarnarmi in un maiale. Avrei preferito un altro animale. Un cane, per esempio”.
Alla parola deglutii un grumo di saliva più appiccicoso di un boccone di ricotta irrancidita. Avevo appena seppellito Bea, la mia compagna, una cockerina con la quale avevo vissuto anni d’amore e di coccole. Ora giaceva in un cimitero per animali d’affezione, dentro una cassettina di legno, avvolta in una copertina di lana e con la sua pallina preferita fra le zampine. Al pensiero mi prendeva ogni volta la solita crisi da diminutivo isterico.
“Qualcosa non va?” chiese l’emulo di Kojak.
“Proprio niente” feci inforcando un provvidenziale paio di occhiali da sole. Stavo perdendo il controllo delle mie ghiandole lacrimali. “È già stato alla Polizia?”
“Come no. Tutto quello che hanno saputo fare è stato sfogliare l’elenco del telefono e cercare il dottor Balanzone. Quando ho fatto loro presente che era una maschera, si sono piegati in due dalle risate.
Non avrà mica paura di una faccia di cartapesta?
hanno detto. Capisce?”
Capivo sì. I questurini hanno sempre bisogno di qualcuno che sia già bell’e cadavere per muoversi. Di un fatto compiuto. Per loro, prevenire è solo un problema di eiaculazione precoce. È già tanto che non gli abbiano detto di ripresentarsi dopo morto. Ripensai a quando anch’io portavo l’uniforme, prima che Mabuk mi costringesse a lasciarla.
Le cose andarono così. Avevo appena finito un master sugli Stoici e le loro antinomie, e la mattina, come aprivo gli occhi, non ero certo nemmeno di essere me stesso. Decisi di cercare per strada quella verità che non avevo trovato nei libri e mi arruolai in Polizia. Durante un’operazione antidroga conobbi una collega di cui mi innamorai perso. Si chiamava Fara, era un esemplare super di pastore tedesco. Ci slinguacciammo per un’ora e la portai a casa mia. Ma Mabuk, il suo ex, cane poliziotto pure lui, invidioso di essere stato piantato per un rappresentante della razza umana, mi accusò di far uso di droga. Le analisi lo confermarono. Nel corso dell’operazione doveva essere rimasta della polvere bianca sul suo muso, fui costretto a dimettermi. Fara andò a vivere a Bruxelles con un pastore belga, non eravamo fatti l’uno per l’altra. Da quella prima deduzione all’idea di fare l’investigatore privato fu tutt’uno.
“Mi racconti dall’inizio” dissi chiudendo l’album dei ricordi.
“Sono nel gruppo Gli amici di Harold, una compagnia teatrale specializzata nel mettere in scena il teatro di Pinter.”
“Quello che è tutto un’interiezione: già, quindi, davvero, sul serio, perché no. È uno che va per la maggiore. Ho visto diverse sue commedie. Poi davo di stomaco ogni volta.”
“La capisco. Noi siamo immunizzati, a forza di recitarlo ci viene naturale parlare come lui. Io sono il regista e prim’attore. Siamo una compagnia di dilettanti. Tra noi ci sono un’infermiera, due serve, un commesso viaggiatore, un avaro, un malato immaginario”
“Tutta gente col teatro nel sangue.”
“Può dirlo forte. Anche mia moglie recita con me.”
Strano che a una coppia sposata non bastasse recitare fra le mura di casa, ma sentisse il bisogno di farlo anche in pubblico.
“Mi spieghi che c’entra Balanzone con Pinter.”
“Ora ci arrivo. Il Comune ha scelto la mia compagnia per lo spettacolo di Carnevale. Una commedia in maschera da recitare in dialetto.”
“Uno spettacolo in dialetto voi?”
“Ehi, non dirà anche lei che è perché mio padre è assessore alla cultura del Comune!”
Si era risentito. Ottima tattica, mostrare indignazione per stornare un sospetto che sembrava una certezza.
“Non è affar mio, vada avanti.”
“Il fatto è che alcuni di noi non vogliono saperne di maschere e dialetto.”
“Perché?”
“Si sentono superiori. Per loro fare teatro significa solo metodo Stanislavskij. Sassi dentro le scarpe, cerchio alla testa creativo, mal di denti emotivo. Cose del genere.”
“Pensavo che recitare fosse divertente.”
“Oh, ma noi ci divertiamo un sacco. Gli attori sono tutti un po’ masochisti.”
Masochisti o no, di sicuro erano del tutto svitati.
“Gli altri sanno della lettera?”
” Minimizzano, dicono che è uno scherzo.”
“Chi è che fa la parte di Balanzone?”
“È questo il bello, sono io. Del resto sono anche l’unico laureato della compagnia.”
Mi resi conto di quanto poco contassero i titoli di studio. Un laureato per il ruolo del dottor Balanzone. E per quello di Sandrone chi avrebbero chiamato, un analfabeta?
“E per le altre parti?”
“Di solito le do io, ma stavolta li ho lasciati liberi di scegliere.”
“Voglio vederci chiaro” dissi sfilandomi gli occhiali da sole. “Intendo assistere alle prove. Prima però farò qualche indagine. Devo capire chi intendono far fuori, se lei, la maschera che porta in scena o qualcun altro.” E se invece avessero voluto colpire, tramite lui, proprio Pinter?
Dopo che il pelato fu uscito, andai a trovare uno che tirava le fila di un teatrino per bambini. Avanzavo da lui un favore, avevo scoperto che una sua vicina taccagna usava, non vista, i fili delle sue marionette per attaccarci i panni bagnati. Una volta asciutti, li rimetteva a posto, ma le marionette si erano prese il raffreddore. Gli chiesi se di recente aveva visto in giro Balanzone.
“Balanzàn? Pustarabir, an l’ho brisa vést! Al srà in ‘na quèlch ustarì con al groggn dèntar a un fiasc ed vén!” (*)
Parlava come le sue buffe creature. Anzi, si diceva che fosse un fantoccio di legno anche lui. Ma di questo non c’erano prove, benché avesse un occhio di vetro, una gamba con una protesi e i capelli sintetici.
“Quindi non corre pericolo.”
“L’onic perécol séri ch’al corr al dutòur l’é qual d’la cirrosi! Ma l’é roba da réddar se paragonè al perécol par antonomasia: al donn!” (**) e rise alla battuta.
“Già” e mentre lo salutavo, mi accorsi che stavo parlando come un personaggio di Pinter.
Passai da un cultore di storia della commedia dell’arte, un travestito con la passione per i manganelli a forma di fallo. Gli chiesi se dai suoi studi risultava che una qualche maschera potesse avercela con Balanzone o chi recitava la sua parte.
Fece un sorriso da mezzano.
“Dirlo con certezza non è facile; le maschere, per come sono fatte, sono molto più esperte di noi nell’arte di mascherare i sentimenti.”
Stavo per dire “già” ma mi trattenni.
“Ho sentito però che il notaio Tartaglia è invidioso della maggior fama di erudito che Balanzone ha rispetto a lui. Sostiene che le parcelle dei notai sono molto più salate di quelle dei medici, per questo spetta a lui e non a un medicastro alcolizzato il ruolo di maschera più dotta. Ma visto che l’argomento le interessa tanto, perché non viene a dare un’occhiata alla mia collezione di costumi di Carnevale?”
Ci provava con tutti i soggetti maschi. Incluse le donne mascoline e certe vigilesse.
“Spiacente, ma i soli costumi che mi interessano sono quelli per cani” e uscii. Lo sentii ululare finché non fui fuori dall’isolato.
Dovevo saperne di più sulla commedia dell’arte. Feci un salto da un impresario teatrale, uno che si vantava di aver fatto recitare cani e somari.
“Tutti rigorosamente a due zampe” tenne a precisare. “Con quelli a quattro avrei avuto meno problemi.”
“Che mi dice delle maschere?”
“Vede, caaaro” – diceva caro a tutti meno che ai parenti stretti, ma non era gay. Era solo che a dire “caaaro” poteva spalancare la bocca e mostrare la nuova dentiera tipo squalo – “quando un attore si mette addosso una faccia finta diventa inaffidabile, ha come uno sdoppiamento di personalità, al punto che, appena a casa, picchia i figli. Se ne ha, è ovvio”.
Assentii col capo. Era come se avessi detto “già”.
“Ecco perché me la sono fatta fare così” aggiunse toccandosi la smisurata protesi. “Per tenerli a bada. Anche se mi è costata una fortuna.”
Lo salutai ostentando i miei canini in fuori.
“Questi invece sono naturali. È bastato non portare l’apparecchio correttivo da piccolo.”
Ebbe un gesto di stizza mentre venivo via. Dunque le maschere avevano il potere di rendere doppi. Possibile? Ci sono uomini che sono molto peggio e non si sono mai mascherati.
Andai da un regista di teatro virtuale che arrotondava dirigendo una scuola di recitazione.
“Non è dalle maschere che deve guardarsi, ma dagli attori” scandì con voce stentorea. “Sono gli esseri più invidiosi e malevoli che esistano. Da noi il corso più richiesto è tecnica della maldicenza e dell’adulazione.”
“Cioè?”
“Quello in cui si impara a sparlare dietro e lisciare davanti.”
“E di buoni attori ne escono dalla sua scuola?”
“Nessuno. In compenso sforniamo malelingue e ruffiani di prim’ordine.”
Era venuto il momento di andare alle prove della commedia. Arrivai mentre Balanzone stava recitando una delle sue famose tirate.
“Vudè, vudè dal vén sèinza avèir pòra, parché con al vén s’manda luntàn la nojja…” (***) e giù un bicchier di vino, con Tartaglia a riempirglielo. Che avesse ragione il notaio a proposito del tasso alcolico di Balanzone?
Le altre maschere dipingevano un quadro che apparteneva più all’anticamera di uno psichiatra che alla commedia dell’arte. Arlecchino si dondolava in modo schizoide con la testa fra le mani, come lo psicotico Len de I Nani, Rugantino e Bertoldo, accasciati a terra, riecheggiavano gli scalcagnati Ben e Gus de Il Calaprannzi, Colombina e Rosaura, sprofondate su un divano, parevano le spompate borghesi Kate e Anna di
Vecchi Tempi, Fagiolino e Brighella avevano il ghigno sardonico degli sballati gangster Goldberg e McCann de Il Compleanno, e le altre maschere abbozzavano un coro di morti viventi. Una commedia dell’arte senza salti e lazzi, costruita sui personaggi della galleria di Pinter. L’unico in parte era il dottore, anche se il merito sembrava più dell’alcol che di chi lo portava in scena. Sgusciai fuori intristito.
Camminando riesaminai il tutto. La soluzione doveva trovarsi in quella lettera. Balanzone che minacciava di far fuori l’attore che lo rappresentava.
A dire il vero le cose non stavano proprio così. La lettera diceva solo che il pelato sarebbe morto martedì grasso, non che qualcuno l’avrebbe ucciso. Balanzone, la maschera Balanzone avrebbe fatto sì che morisse.
Mi scattò un clic in testa. C’era soltanto un modo col quale la maschera-Balanzone avrebbe potuto provocare la morte dell’attore-Balanzone. In quel momento non potevo far niente, era necessario aspettare il giorno dello spettacolo.
Tornai a casa; dovevo ancora trovare una foto per la lapide di Bea. Compito arduo, considerato tutte quelle che le avevo fatto. Scelsi una in cui sorrideva.
Venne la sera della recita. Mi rannicchiai nella poltrona in attesa di intervenire.
“Vudè, vudè dal vén sèinza avèir pora”
Ancora un istante.
“Parché con al vén s’manda luntan la nojja”
Balzai dalla sedia e gridai: “Il vino! Non bere il vino!”
A Balanzone cadde il bicchiere di mano. Si accesero le luci in sala.
“Avanzo, è impazzito?” disse il dottore mentre la gente usciva alla chetichella. C’era il rischio che, chiuso l’intermezzo, la recita potesse riprendere. “Non ha combinato niente finora e adesso mi fa saltare lo spettacolo!”
“Sarebbe questo il tuo famoso detective?” fece sprezzante Tartaglia.
Mi lanciai sul palcoscenico e attaccai la punta del naso al collo della bottiglia.
“Questo vino sa di mandorle amare.”
Balanzone si avvicinò ad annusarla.
“Ma che dice! È odore di tappo.”
“Apposta sa di tappo, così non si sente l’odore del veleno. Non è vero, Tartaglia?”
“No. Ho ordinato del vino buono. Avevo solo chiesto lo sconto, sono l’economo della compagnia. Questo – e indicò il dottore – ne beve un litro a sera. A volte anche due. Ora capisco perché me l’hanno fatto pagare tanto poco, risparmiano sui tappi. Ma col veleno non c’entro.”
“Poche storie, Tartaglia, sei tu quello che versa da bere”
“Sì, ma il vino lo apre Rosaura.”
Al nome esplose un silenzio assordante.
“Rosaura, tu?” espirò Balanzone, la voce tremante e gli occhi a strapiombo.
Doveva esserci del tenero fra i due. Troppo perché fosse sua moglie.
“Ma certo” fece acida Colombina. “Solo tu puoi aver scritto la lettera. Tu che studi filosofia potevi sapere che significa
reincarnarsi.”
“Sei la solita strega!” l’apostrofò il dottore. Ecco, questa doveva essere la moglie. Almeno, il tono e le parole sono quelli con cui i miei clienti si rivolgono alle consorti. “Lo sanno tutti che significa!”
“Sì, ma una studentessa di filosofia lo sa di più! Sa che era la religione pubblica dell’antica Grecia. Senza contare che soltanto lei poteva mettere il veleno nel vino.”
“Non sono stata io. Non potrei mai farti del male” singhiozzò Rosaura tirando l’amo al suo bello.
“Ti credo” abboccò il pesce dottore.
C’era più aria di corna su quel palcoscenico che in mezzo a un ciclone tropicale. Ma il conto non tornava. Al quadro mancava ancora un tassello.
“Credi più a lei che a me?” sibilò Colombina a Balanzone.
“Sì, perché hai in bocca più veleno di un serpente a sonagli!”
“Vergognati!” gli si rivoltò contro Arlecchino. “Trattare così tua moglie. Se fossi in lei, ti avrei piantato da un pezzo!”
Eccolo il tassello mancante. Il caso si stava risolvendo da solo.
“Ma non lo farà, per non perdere il posto in compagnia” replicò tagliente il dottor Bigamone “Dove andrebbe a recitare? In ospedale, fra i suoi malati? Magari fra un’iniezione e l’altra.”
“Figlio di puttana!” gli fece la donna.
Un’iniezione. Corsi dietro le quinte, presi l’unica borsa che sapeva di disinfettante misto ad anestetico e rientrai.
“Quella è mia” tuonò Colombina.
“Appunto.”
Tirai fuori dalla borsa una siringa. Usata.
“Ecco con cosa è stato avvelenato il vino. Attraverso il tappo, che già era marcio, prima che Rosaura aprisse la bottiglia. Un’infermiera sa come si usa una siringa. Il vetro della fiala sarà giù per il cesso.”
“Tu sei pazzo! Io con le siringhe ci lavoro. Ne porto sempre una con me.”
“Senza la sua busta sigillata?”
“Non penserai che ne usi una nuova ogni volta, devo pur guadagnarci. E poi è pulita.”
“Perché è stata lavata. So tutto ormai. Tu e il tuo Arlecchino volevate recitare il vostro amato Pinter senza dovervi abbassare a un volgare teatro delle maschere.”
Arlecchino sghignazzò.
“E questo chi te l’ha detto, un uccellino?”
“Mi è bastato vedere come hai recitato la tua parte. Quello era un malato di mente, non una maschera della commedia dell’arte. Tu e la tua bella avete commesso due errori. Primo, avete scelto due maschere da sempre fidanzate”
“Deficiente! Te l’avevo detto di prenderti un’altra maschera!”
“Ma l’errore più grosso l’hai fatto tu, Colombina. Sei tu che hai scritto la lettera, per far incolpare Rosaura. Ma non ti è bastato, hai voluto strafare. Prima hai detto che la reincarnazione era la religione pubblica dell’antica Grecia. Non è vero, era la religione occulta, misterica. Chi studia filosofia lo sa.”
“E il deficiente sarei io?” la schernì Arlecchino.
“Figlio di puttana anche tu!”
Stava diventando ripetitiva, ma il caso era chiuso. E mentre sentivo in lontananza le sirene della Polizia che avevo preavvisato, pensai che, dopo tutto, era il solito caso di corna.
“Le manderò un assegno” disse Balanzone stringendo a sé Rosaura. “Mi dispiace soltanto per Molly.”
“Molly?”
“Il cane di mia moglie. Dovrò portarlo al canile. Amo i cani, ma Rosaura è allergica al pelo.”
Ecco perché la bella studentessa stava col pelato. Però che vigliaccata sbarazzarsi di un cane per una donna.
“È una femmina?”
“Sì, di cocker spaniel. Perché?”
“Facciamo così, io mi prendo il cane e lei non mi deve niente. Che ne dice?”
Non se lo fece ripetere due volte. Mi ringraziò e mi portò Molly. Ci siamo innamorati subito, e anche ora lo siamo. Per questo non dimenticherò mai questo caso.
(*) “Balanzone? Accidenti, non l’ho visto! Sarà in una qualche osteria con la faccia dentro un fiasco di vino!”
(**) “L’unico pericolo serio che corre il dottore è quello della cirrosi! Ma è roba da ridere se paragonato al pericolo per antonomasia: le donne!”
(***) “Vuotate, vuotate il vino senza paura perché col vino si manda via la noia…”
Il Commissario Rex
Dalla raccolta di racconti “Due zampe di troppo” pubblicata da Giraldi editore
La pensione, il premio di ha chi ha sgobbato una vita. La sospirata meta degli uomini di buona volontà. Il traguardo che consente di affrancare il corpo e la mente dalle catene del lavoro.
Fa eccezione chi occupa una qualsiasi posizione di potere, anche piccola, di nessuna importanza, perché con la pensione la perde.
Fanno eccezione Ivo, Dix e Eddy, pensionati baby della Polizia, non più adatti a svolgere in modo sicuro ed efficiente le mansioni richieste.
Così recita una delle pagine web del sito della Polizia. Da mettere a riposo, malgrado l’età non autorizzi il ritiro e la gente consideri le pensioni anticipate la rovina del sistema previdenziale.
Ma qui la messa a riposo è forzata, decisa da chi il lavoro lo dà e non da chi lo presta, che continuerebbe a prestarlo a vita e senza compenso.
Quello che li aspettava, però, non era una pensione ma un’adozione, dato che Ivo, Dix e Eddy erano poliziotti a quattro zampe, pastori tedeschi di otto, sei e cinque anni che, dopo innumerevoli operazioni antidroga e antiterrorismo, per i malanni indotti dall’età o dalla professione non erano più considerati utili alla causa della patria.
Ivo, il più vecchio, era affetto da mielopatia degenerativa degli arti posteriori, Dix, quello di mezzo, soffriva di diabete, e Eddy, il più giovane, non era più attendibile quanto a segnalazioni in presenza di esplosivi.
I tre avevano appeso al chiodo la divisa, abbandonando l’attività in cui continua a eccellere in tivù l’eroe di tutti i cani poliziotto, il commissario Rex. Certo il bipede col quale facevano coppia quando erano in servizio non era né bello né aitante come chi affianca la star a quattro zampe, ma la selezione per diventare questurino non è quella per diventare attore. E poi i cani non fanno distinzione fra compagni belli o brutti, ma solo fra simpatici o antipatici, per amarli alla stessa maniera. Vallo a dire agli uomini, che vogliono il cane della razza che va per la maggiore, da esibire come un bell’oggetto. O a propria immagine e somiglianza, come tanti padreterni.
Rassegnati al loro destino, i tre attendevano nuove nel recinto di una caserma di Polizia lungo la via Emilia, nei pressi di Anzola. Nuove che, nella migliore delle ipotesi, li avrebbero portati a ciondolare in qualche appartamento iperriscaldato dove sarebbe caduto loro il pelo e, fuor di metafora, tutto il resto. E della ruvida vita all’aria aperta e delle avventure trascorse non sarebbe rimasto che il rimpianto.
Per passare il tempo parlavano di quel lavoro che fino a ieri li occupava da mattina a sera.
“Avete sentito di Iuri?” disse Dix “Ha fatto beccare uno che nascondeva la cocaina nelle mutande.”
“Sai la fatica” commentò Ivo “Le mutande sono all’altezza del naso e la coca ha un odore che dà alla testa.
È come se gliel’avesse sbattuta in faccia. Ai miei tempi scovavo l’eroina fiutando i pacchetti cuciti sotto la pelle.”
“E di quel pastore tedesco con un orecchio più lungo dell’altro? Ora mi sfugge il nome” continuò Dix, ignorando il commento del compagno che, con l’età, era diventato acido come l’aceto. Ma è la fine che il tempo fa fare anche al vino migliore. “Ha rincorso e raggiunto uno che con una tanica di benzina voleva dar fuoco a una scuola.”
“Bella forza” fece Ivo “È stato il primo classificato alla scuola di Polizia cinofila. Non poteva tollerare che si attentasse all’integrità dell’istituzione scolastica.”
“Possibile che non te ne vada bene una?” lo riprese Eddy “Qualsiasi cosa faccia la squadra, o non è fatta come si deve, o è una cosa da nulla.”
“Guarda che non siamo più nella squadra.”
“E allora? Dovremmo fregarcene di quello che fa?”
“Non ho detto questo.”
“No, ma trovi sempre da ridire. Stai diventando vecchio.”
“Io sono vecchio. Mi hanno dato il benservito.”
“Anche a noi l’hanno dato. E non abbiamo i tuoi anni.”
“E di Momo?” seguitò Dix come se niente fosse.
“Non mi parlare di Momo!”
“Perché?”
Ivo rimase in silenzio.
“Lo so io perché” rispose Eddy “Non è un vero cane poliziotto.”
“Che vuol dire non è un vero cane poliziotto?”
Ivo continuava a tacere.
“Che non è un pastore tedesco.”
“No, non lo è!” sbottò il vecchio “È un border collie!” disse con le “o” chiuse e le “erre” inglesi.
“Ma non mi dire, sei razzista” replicò Dix.
“Dico solo che ognuno deve fare il suo mestiere. A noi i furfanti e a loro le pecore.”
“Pure a noi un tempo toccavano le pecore” ribatté Eddy “Poi abbiamo mostrato di che pasta siamo fatti. È giusto che anche le altre razze possano fare lo stesso. Oggi in Polizia c’è posto per tutti, pure per i meticci e le femmine.”
“Le femmine?”
“Gli istruttori dicono che a volte sono meglio dei maschi. Però vanno in estro, e mantenere l’ordine in quei giorni è un problema.”
“Ma senti come parla! Vanno in estro. Dì piuttosto che vanno in calore.”
“Perché, a te, da giovane, non piacevano le femmine in calore?”
“Cos’ha fatto di tanto speciale ‘sto Momo?” chiese Ivo, al quale i termini “femmine” e “calore” rievocavano un passato denso di ricordi ma con una controindicazione, non torna più.
“Ha trovato i resti di una ventina di beagle sepolti vicino a Castelfranco.”
“Questa è una brutta storia. Qualcuno deve aver ripreso gli esperimenti.”
“Che esperimenti?”
“Ricerche sui tumori, test di tossicità di nuovi farmaci. Ma anche prove di trapianto, non soltanto fra animali della stessa specie.”
“Addirittura?”
“Voi siete giovani. Rammento un caso, diversi anni fa.”
“Quale?”
“Il caso Gilerda. Un allevamento di beagle subito fuori Castelfranco, non lontano da qui, che nascondeva un laboratorio per la sperimentazione. Ho visto cani costretti alla diarrea, usati come cavie per gli antidiarroici. Una diarrea di settimane, di mesi, che asciuga gli intestini e finisce per sbriciolarli. O imbottiti di sostanze tossiche che causano tumefazioni e malattie per le quali la sola cura è la morte. Ho visto cani scoperchiati” si fermò. Il ricordo aveva preso vita.
“Scoperchiati?”
Ivo soffocò un singhiozzo.
“Con la testa scoperchiata. Iniettano nel cervello del beagle delle sostanze sconosciute per studiarle. Poi tagliano la calotta cranica, la sollevano e tolgono il cervello. Fino a quel momento l’animale è vivo. Solo così, dicono, possono verificare gli effetti delle sostanze. Ho visto cani rantolanti, altri già morti, chi sventrato, chi senza le zampe o le orecchie o la coda.”
Eddy, dopo un singulto, vomitò.
“Ma perché i beagle?” chiese Dix.
Ivo pensò che le giovani generazioni erano troppo delicate di stomaco. Come avrebbe reagito Eddy se, anziché a un racconto, si fosse trovato di fronte alla realtà? A quelle immagini che stavano alle parole come la morte a un necrologio.
“Sono cani della taglia giusta, ideale per essere utilizzata in spazi ridotti. E non mordono, anche se vengono sottoposti ai trattamenti più crudeli, e non per paura, ma perché sono privi di aggressività. Ed è una razza resistente alla fatica, e a questa resistenza si unisce un’alta sopportazione del dolore. Infine, ai ricercatori conviene sperimentare farmaci su un’unica razza, per confrontare i risultati.”
“Come avete fatto a scoprirli?”
“Siamo entrati una notte, di sorpresa. Correvano strane voci sul Gilerda.”
“E poi?”
“È stato chiuso. Ma altri laboratori, camuffati da allevamenti, devono aver continuato con la sperimentazione. Cosa si sa dei beagle che ha scovato Momo?”
“Erano cavie, imbottite di sostanze chimiche come tacchini di ripieno.”
“Qualcuno ha ripreso gli esperimenti.”
“Ho sentito che ha aperto da poco un allevamento nei pressi di Castelfranco. Si chiama Casa del cane. Hanno fatto un controllo dopo quel ritrovamento, ma non hanno trovato niente.”
“È la struttura del Gilerda, ci scommetto. E gli è ripreso il vizietto.”
“E sarebbero tanto stupidi da seppellire le cavie a due passi dall’allevamento?”
“Potrebbe averle seppellite qualcun altro, per far ricadere la colpa sul Gilerda. Oppure sono stati loro per non rischiare di essere scoperti nel trasportarle. Hai detto che al controllo l’allevamento è risultato pulito?”
“Immacolato.”
“Devono averli avvisati.”
“Qualche poliziotto corrotto?”
“Guarda il fatturato delle case farmaceutiche e i fondi che vanno nella cosiddetta promozione. E poi stiamo parlando di cani. Pensi che stia a cuore a tanta gente quello che fanno a dei cani?”
“Speriamo che se ne occupi la squadra” fece Dix.
“E noi ce ne stiamo con le mani in mano?” chiese Eddy.
“Noi siamo fuori gioco” rispose Ivo.
“Siamo poliziotti.”
“Eravamo poliziotti.”
“Lo siamo sempre. Nell’animo” disse Dix.
“Ben detto” esclamò Eddy.
Il vecchio guardò i compagni più giovani scuotendo il tartufo. Ma non avrebbe voluto sentire nient’altro.
“E cosa vorreste fare, due sapientoni?”
“Prima di metterci in pantofole dovremmo prenderci una vacanza” suggerì Eddy.
“Ci spetta” approvò Dix.
“Volete scappare come delinquenti?”
“No. Come paladini della giustizia. Ci stai anche tu?”
Ivo guardò i suoi allievi. Li aveva tirati su bene. Ma evadere dalla caserma voleva dire violare quella legge per il cui rispetto si era sempre battuto. Non evadere però significava abbandonare al loro destino degli innocenti, violare una legge superiore.
“E se mi si inchiodano le zampe didietro?” domandò per dissuaderli. O per saggiarne la determinazione.
“Ti porto in groppa” rispose Eddy.
“Allora è deciso. Stanotte ce ne andiamo.”
Nottetempo Eddy e Dix scavarono una buca abbastanza larga perché ci passasse Ivo, che era più grosso, si infilarono dentro e scapparono. Non fu difficile, la recinzione era a livello del terreno. L’ingresso, incustodito in uscita, fece il resto.
Il pomeriggio del giorno dopo, nascosti da una provvidenziale erba alta, erano sull’obiettivo, un casamento bianco circondato da un recinto con un cancello chiuso.
L’allevamento mostrava la rassicurante insegna Casa del cane, e di lato un ancora più rassicurante logo con una casetta stilizzata infarcita di musi di cane alle finestre, ma Ivo riconobbe la struttura del Gilerda. Aveva cambiato nome ma era sempre quella.
Il più stanco era Eddy; a tratti aveva portato in spalla Ivo, che cercava di non stancarsi troppo ma anche di non stare troppo fermo, per non bloccarsi del tutto.
“Come facciamo a entrare?” chiese Dix “La rete è troppo alta da scavalcare.”
“Dalla caserma come siamo usciti?” rispose Ivo “Scaviamo una galleria.”
“Un’altra giornata come questa e divento una talpa. E per entrare?”
“Il piano è questo. Col buio scaviamo una buca, passiamo in cortile e aspettiamo domattina nascosti dietro la siepe del vialetto. Quando il primo che arriva apre la porta del fabbricato, uno di noi salta fuori, si mette ad abbaiare e scappa. E mentre quello lo rincorre, gli altri entrano e vedono come butta.”
“Chi se lo tira dietro il primo che arriva?” domandò Eddy.
“Tu. Primo perché sei il più giovane e corri più veloce. Secondo perché, se i sospetti sono giusti, è meglio che il tuo stomaco non metta piede là dentro.”
“E se troviamo gente armata?” chiese Dix.
“Ci faranno fuori. Del resto la Polizia l’ha già fatto. Ma sarà per un buon motivo.”
Si riposarono aspettando il momento per entrare in azione. Al tramonto cominciarono a scavare. Fu un lavoro lungo, la recinzione era interrata, ma le sei ruspe in carne e unghie ebbero la meglio sulla profondità del terreno.
La galleria li portò in un cortile reso sinistro dalle tenebre e dal silenzio. Possibile che tutti i cani dormissero? Che nemmeno uno si perdesse ad abbaiare a quella falce di luna?
Si nascosero dietro la siepe e, malgrado il clima spettrale, si addormentarono subito, vinti dalla fatica.
La mattina si destarono con una fame da lupi. E mentre Ivo sgranchiva le zampe posteriori – ogni giorno aumentava il dolore e diminuiva la capacità di movimento, e senza la pillola quotidiana era peggio – e Dix sonnecchiava, Eddy si infilò nella buca e andò a cercare qualcosa da mangiare. Tornò poco dopo portando fra i denti un pollo arrosto e una confezione di prosciutto, e li depositò ai piedi di Ivo.
“Chi ti ha dato questo ben di Dio?”
“Nessuno. Me lo sono preso.”
“L’hai rubato?”
“Se l’avessi chiesto, pensi che me l’avrebbero dato?”
Ivo increspò la bocca. Un rappresentante della legge che si macchia di un furto con destrezza. Seppure per sfamarsi e portare a termine la missione. Annusò una coscia e l’addentò. Era calda e croccante.
“Squisita” e intanto Eddy prendeva il petto e Dix il prosciutto.
“Ho arraffato tutto alla prima rosticceria. Ho fatto un bel po’ di casino.”
“Non stento a crederlo.”
I tre, rifocillati, bevvero da una tanica d’acqua piovana e aspettarono che arrivasse qualcuno.
Quando un uomo aprì il cancello e la porta dell’edificio, Eddy saltò fuori dalla siepe, gli abbaiò contro e fuggì, e lo sconosciuto lo rincorse.
Ivo e Dix uscirono dal nascondiglio e andarono dentro. Attraversarono uffici vuoti, lugubri come un cimitero, e giunsero a una porta blindata. Il laboratorio.
Dix guardò Ivo e deglutì un grumo di saliva, si alzò sulle zampe didietro e affondò quelle davanti sulla maniglia. La serratura scattò. Erano pronti a entrare dove non avevano idea di cosa li aspettasse, ma temevano fosse più spaventoso del peggiore degli incubi?
Ivo spinse la porta con una zampa.
Lo spettacolo che li investì raggelava il sangue. Beagle che nuotavano nel loro vomito, gli occhi gialli e la pelle liquefatta, alcuni mutilati, qualcuno con gli occhi neri, bruciati con tutta probabilità da creme da testare, altri imprigionati in gabbie di contenzione che lasciavano fuori solo la testa. E mentre questi avanzi di tortura mandavano fievoli suoni, altri abbaiavano in silenzio come pesci, con di certo le corde vocali recise, o agonizzavano. Cadaveri ambulanti che ostentavano il loro corredo di morte.
Dix conobbe per la prima volta l’orrore, Ivo lo provò per la seconda.
Passi di uomini che correvano li riportarono alla realtà. Uscirono da quel lager come da una seconda pelle e si nascosero dietro una scrivania. Spuntarono due uomini armati di pistola, si guardarono intorno e si diressero nel laboratorio, lasciando loro un’insperata via di fuga. Ma i battiti dei cuori, risonanti come colpi di mortaio, e il respiro della morte appena vissuta li tradì. Li scovarono e li portarono in cortile per ucciderli.
Si dice che, quando si sta per morire, la vita scorra davanti in un lampo. Sentirono un abbaiare insistito e un ululare di sirene. I compagni, a due e quattro zampe, il cui ricordo mandava loro un ultimo saluto.
Eppure non collegavano quell’abbaiare, quelle sirene ad alcun evento preciso. E neanche quello stridere di gomme e quello scalpiccio.
A un tratto fecero irruzione tre poliziotti con le pistole sguainate. Gli uomini che li avevano catturati, buttate le loro, avevano alzato le mani a quel cielo al quale stavano per mandarli.
“Come avranno fatto ad arrivare?” si chiesero i due redivivi.
Eddy comparve all’improvviso.
“Il rosticciere a cui ho rubato la spesa. Ha chiamato la Polizia e indicato la direzione che avevo preso. Finché non hanno incrociato me che stavo scappando dal tizio che m’inseguiva.”
“Per fortuna hai fatto tutto quel casino” commentò Ivo.
“Chi ti dice che non l’abbia fatto apposta?”
Il terzetto fu premiato con una medaglia al valore e adottato da un padrone molto speciale, la Polizia di Castelfranco, che ne fece i beniamini di tutti i cani poliziotto. Più ancora del mediatico commissario Rex.
L’Amore non è di questo Mondo
Dalla raccolta di racconti “Storie di umani e consimili” pubblicato da Montag edizioni
Nel fare retromarcia con l’auto il signor Gilmo tamponò la signora Vinzia, che stramazzò al suolo, subito soccorsa da Oscar, il suo stazzonato compagno a quattro zampe.
L’uomo, vedendo la donna per terra, col meticcio di labrador che le impartiva l’estrema unzione con la lingua, si sentì mancare, tanto che, sopraggiunta l’ambulanza, l’ossigeno dovettero somministrarlo prima a lui che a lei.
“Non è colpa mia” disse il signor Gilmo appena gli tolsero la mascherina. “Ho guardato quando ho fatto marcia indietro. Non c’era nessuno” aggiunse singhiozzando, gli occhi su quel grosso corpo di vecchia buttato sull’asfalto, più simile a un sacco di patate che a una figura di donna.
La signora Vinzia viveva in strada di ciò che raccattava nella spazzatura e metteva in un carrello da supermercato, il suo monolocale su rotelle; aveva notato una monetina giù dal marciapiede e si era chinata per raccoglierla proprio mentre l’uomo stava uscendo dal parcheggio. L’auto l’aveva presa in pieno e lei era caduta in avanti, per poi girare su se stessa e ritrovarsi a guardare il cielo a braccia aperte, come crocifissa.
“Dio mio” sospirò la crista ai soccorritori. “Sono morta.”
“Stia tranquilla” dissero quelli dell’ambulanza. “Ora la portiamo in ospedale.”
I due cappotti sformati che portava uno sull’altro per proteggersi dal freddo, sopra ad altrettanti maglioni spessi un pollice, dovevano aver attutito sia l’urto dell’auto che la caduta.
“Povera me” sospirò di nuovo. “Chi penserà al mio Oscar?”
Il cane, a sentire la padrona fare il suo nome, disegnò un’espressione sconsolata ed emise un uggiolio garbato, come a non voler disturbare.
“Ci penserò io” fece il signor Gilmo che, anche se non aveva colpa dell’incidente, si sentiva responsabile della sofferenza che stava causando a una persona già così duramente provata dalla vita.
Una donna di strada, senza dimora né più rispetto di se stessa, con solo un cane per amico. Che ingiustizie doveva aver subito, o quali dispiaceri aver sofferto per ridursi in quelle condizioni? Senza contare Oscar, la cui aria afflitta e la complessione scarnita richiamavano trascorsi assai poco felici.
Il signor Gilmo non si era mai sposato, forse perché non aveva trovato la persona giusta, o forse per non rinunciare alle sue abitudini di scapolo, ai suoi riti, non altrimenti da tanti quattrozampe, per i quali i riti sono sacri.
Tuttavia accolse di buon grado Oscar nel suo attico, apprestandogli un angolo del tinello con un panno morbido dove dormire e una ciotola per l’acqua e una per il cibo, e dividendo con lui quello che preparava per sé. E i suoi bocconi, accompagnati a dosi crescenti di coccole, al cane parvero da sogno, al pensiero dei chiari di luna nera vissuti con la vecchia padrona, tanto che si affezionò ben presto anche al nuovo.
Il signor Gilmo, dopo l’incidente, andò in ospedale a far visita alla signora Vinzia, e gli sembrò che non fosse né così grossa né così vecchia. Ripulita dai residui della strada, con pigiama e vestaglia lavate di fresco, per quanto di fortuna, pareva di una bellezza inattesa e trasparente, anche se grezza, svilita. Forse erano addirittura coetanei a cui la vita aveva tolto qualcosa, a lei la voglia di lottare e a lui la gioia di vivere. Si trascinavano entrambi come due molluschi, solo battenti bandiere diverse, mari distanti seppur vicini.
“Mi dispiace” le disse il signor Gilmo.
La donna scosse la testa.
“Sono io che non so più badare a me stessa. È stata colpa mia.”
“Come si sente?”
Si guardò la punta dei piedi, il busto, le braccia.
“Mi stanno facendo tutti gli esami. Dicono che tornerò meglio di prima. Oscar come sta?”
“Oscar sta benone.”
“Allora sto bene anch’io” e gli sorrise. Un sorriso che fiorì pure sulle labbra di lui.
Il signor Gilmo andò a visitare la signora Vinzia anche il giorno seguente e tutti gli altri, e ogni volta la trovava più simpatica, intelligente, e di una nobiltà d’animo schiva ma limpida, lontana da quella delle persone che conosceva. Gli appariva ogni giorno più meritevole di una vita migliore.
La sera, a casa, spartiva con Oscar la cena e i progressi della vecchia padrona, le confidenze, i piccoli segreti, e gli raccontava del suo desiderio di starle accanto e prendersene cura.
La signora Vinzia sembrava trovare quell’uomo gentile, premuroso, ben educato e pure divertente, man mano che le si apriva, di buon carattere e piacevole di aspetto e, poco alla volta, si era ritrovata ad aspettarlo come da adolescente attendeva il suo primo ragazzo.
“Quando esce di qua può venire a stare da me” le disse un pomeriggio il signor Gilmo.
“Non so se sono pronta.”
“Avrà la riservatezza che desidera, una stanza tutta sua.” La donna abbassò gli occhi. “Ci pensi, domani me lo dirà.” Lei alzò il viso e annuì.
La mattina dopo il signor Gilmo, come entrò nella camera della signora Vinzia, non la vide. Magari era in bagno. Ma il letto era rifatto, pronto per essere rioccupato. Chiese a un’infermiera se l’avevano cambiata di stanza o di piano.
“No” rispose. “È morta.” L’uomo sentì cedere le gambe, appoggiò una mano al muro e cacciò un espiro che pareva un rantolo. “Era molto grave. Non se n’era accorto?”
“Io ci parlavo. Mi pareva che stesse bene” rispose più a se stesso che all’infermiera, lo sguardo vuoto contro la parete bianca.
“Forse lei voleva che stesse bene.”
Il signor Gilmo uscì come un automa. Tornò a casa e fece una carezza al cane, aprì la finestra e volò da chi l’aveva lasciato, chiedendo perdono al vento di ciò di cui non aveva colpa, mentre l’ospite a quattro zampe ululava al cielo il suo dolore.
Oscar finì in canile, a raccontare ai compagni di pena la storia d’amore dei suoi padroni. Una storia che continua in un mondo diverso, dove non ci sono auto, carrelli della spesa e ingiustizie ma solo anime.
Il Giro dei Colli
Ci sono città vicino al mare, ai laghi o ai monti. La mia ha vicino le colline, e il giro dei colli è l’alternativa al giro al mare, ai laghi o ai monti.
E se in primavera l’ascesa ai rilievi che ci si adagiano di fianco scopre una natura che si veste di colori sgargianti per apparire più bella, in inverno puoi vederla riposare, nuda, coperta dalla nebbia e dal freddo. Una stagione che qualcuno associa a un senso di fine o di tristezza, ma altri al cambiamento, alla vita che nel buio rinasce con nuovi prodigi e nuove fantasie.
Ma anche l’inverno ha giorni di sole, con colori così caldi da sembrare appena dipinti, quasi gocciolanti, e il cielo di una limpidezza senza pudore.
È uno di questi e, staccata la spina da Patologia Generale, salgo sulla mia Cinquecento di seconda mano e parto per godermi la giornata. Da solo, per non spartirla con altri che me stesso.
La Cinquecento, col fruscio convulsivo del motore e il cambio non sincronizzato che obbliga alla doppietta per passare da una marcia all’altra, è unica. Imparata questa tecnica di guida, condurre quella sorta di frullatore con le ruote e il tetto apribile in tela che le dà un’aura da decappottabile, è più divertente che guidare un go-kart.
Alle quattro del pomeriggio il sole va spegnendosi, come se avesse brillato troppo prima, e fa posto a una bruma leggera. Uno zucchero filato opaco che, a finestrino aperto, puoi sentire sulle labbra e perfino mastichi, e trovi abbia un buon sapore.
Guido adagio, protetto da una coltre che man mano prende corpo e si fa più spessa, tanto da poterla indossare, come un cappotto.
All’improvviso noto una sagoma liquida che muove le braccia come se salutasse l’amante in partenza. Rallento, metto a fuoco quella specie di ombra cinese. L’ombra si avvicina, è davanti; inchiodo. In un attimo è dentro, seduta, si tira indietro il cappuccio. Ha l’aspetto di un fuggiasco in cerca di asilo. Per quanto stralunata, la faccia non mi è nuova. È Pino, un compagno del liceo.
Spalanca gli occhi.
“Che ci fai qui, con questo tempo?”
Sembra sia lui ad aver raccolto me e non io lui.
“Che ci fai tu” e ingrano la prima “A piedi, in mezzo alla strada.”
Si friziona le cosce.
“Due passi.”
Lo guardo. Ha i capelli ricci scuri e una barbetta a punta che pare fenda l’aria, porta guanti da sci e montgomery simili a quelli che aveva a scuola. Potrebbero anche essere gli stessi. Che senso abbiano poi i guanti da sci in uno che non solo non scia ma nemmeno è mai stato in montagna d’inverno, era un mistero allora e continua a esserlo oggi.
“Come butta?” chiedo mentre un vapore compatto ci inghiotte e ci sputa a ogni catarifrangente illuminato dai fanali. Le foglie secche crocchiano sotto le ruote come la crosta del pane fresco di forno. Sarà per questo che mi è venuta fame.
Sospira. È stato lasciato dalla ragazza con cui stava dal liceo, una piccoletta che, a vederla, si sarebbe detta più dolce di un confetto. Forse il confetto è arrivato alla mandorla, che spesso capita essere amara. Soprattutto l’ultima. Ma non c’è problema, dice, tutto ha un termine. Meno male, l’ha presa bene. Anche la vita, aggiunge. No, non l’ha presa bene.
Scoppia a piangere, batte i pugni sui jeans.
“Non riesco a vivere senza di lei. Sono ore che cammino, che cerco di farmene una ragione. Ma non c’è mai una ragione perché un amore possa finire.”
Riccardo Cocciante. Le stesse parole. Siamo figli delle nostre canzoni; le citiamo pensando di essere originali, e invece siamo replicanti.
“Ti va di andare a bere qualcosa?”
“No, portami a casa.”
“Perché vuoi andare a casa?”
“Hai ragione. Portami in ospedale.”
“Guarda che non è così grave. Non si muore per amore.” È Lucio Battisti, lo so. O sono le canzoni che ripetono le nostre parole, sicché nulla è davvero originale?
“Voglio andare in ospedale.”
Pino era un eccentrico. Comprava i libri in edizione economica, le pagine appese a un filo di colla secca, e ne scorreva le righe quasi senza aprirli, per non romperli. Ma talora li leggeva andando in bicicletta, dove gli era capitato di cadere e rompere libro e bicicletta.
A un tratto si toglie un guanto. Schizza rosso dappertutto, come se avesse versato una passata di pomodoro.
Singhiozza.
“Non voglio morire.”
Pigio sull’acceleratore. Affronto le curve in saliscendi come su un ottovolante, la fame è sparita. Strombazzo correndo in mezzo alla strada, il rischio è di precipitare in un dirupo.
Non so come ci arrivo al pronto soccorso. Pino non dà segni di vita. Lo tirano fuori, lo mettono su una barella e la spingono dentro; io aspetterò notizie in sala d’attesa.
Chiamo i miei per dire che dormirò da un compagno di studi, i genitori di Pino si sono trasferiti in un’altra città.
Il tempo passa con la velocità di un contagocce, consumo le sneakers sul pavimento e lo fecondo con la mia ansia.
Fuori è notte fonda, la nebbia rende il buio compatto, meno scuro ma più lugubre. L’idea della morte mi martella nel petto.
Dopo non so quanto passa un infermiere, il paziente è salvo, fra qualche ora lo porteranno in reparto; gli chiedo quale, voglio vederlo.
Mi abbandono a una sedia e mi appisolo. All’alba mi sveglia il solito infermiere.
“Camera otto, il numero della buona salute. Io ho finito il turno.”
Ci vado subito. Lo trovo sdraiato sul letto, supino, la faccia bianca sul guanciale. Sembra uno schizzo in bianco e nero anziché una faccia, un quadro a china invece che una federa con un volto.
Lo schizzo apre gli occhi e mi fa un sorriso ebete.
“Se non ti avessi incontrato”
“Saresti morto.”
“Sono proprio un deficiente.”
Faccio di no con la testa, non voglio infierire; dopo un po’ mi fermo, indugio, e annuisco, prima piano, poi sempre più forte, e scoppiamo a ridere.
Snoopy
Dalla raccolta “…andremo ancora a giocare” (antologia di racconti del Riposo di Snoopy, il cimitero di animali d’affezione di Grizzana Morandi) pubblicato da Giraldi editore
È un quattrozampe speciale Snoopy, orgoglio della famiglia che l’ha adottato e di tutte le razze canine, pure e pasticciate. È l’unico, l’originale, la stella polare di chi ama i cani, ma anche i gatti e le altre creature da compagnia, la cometa che conduce alla grande casa di terra sulla collina.
Il cimitero per animali nasce per merito suo, perché l’idea di dar ricovero alle spoglie di chi dopo la morte non ha diritto a ricovero, ancora prima di germogliare nella mente del compagno di vita, attecchisce nella sua. Gliela istilla un po’ alla volta, con l’esempio dell’amicizia verso i suoi simili e della devozione nei confronti degli uomini.
Il cane nasce a Milano, in una filiale dell’impresa di trasporti di cui il futuro padrone è titolare. Sono cinque cuccioli; quattro vengono adottati, uno no. E dato che a Milano già ospitano il padre e la madre, il quinto, un piccolo meticcio dal pelo chiaro, la barbetta arruffata e gli occhi neri vivacissimi, viene portato a Bologna, dove l’azienda ha sede e l’uomo abita, e diventa il suo quarto figlio, dopo i due maschi e la femmina.
Snoopy si diverte a giocare coi fratelli a due zampe, a tender loro agguati festosi. Quando li sente tornare a casa va a nascondersi nello spogliatoio, di fianco all’ingresso. Appena varcano la soglia ed entrano nella stanza per cambiarsi d’abito, salta fuori e morde loro le scarpe, le gambe, le mani con cui cercano di difendersi, e scappa con in bocca una ciabatta o un calzettone. E adora salire a Veggio, sopra Grizzana Morandi, un borgo medievale dell’Appennino con una manciata di case in sasso. Qui il padrone ha la vecchia casa di famiglia, con accanto una piccola trattoria, che apre il sabato e la domenica, e l’anfiteatro in cemento, e intorno ampie terrazze naturali che digradano lungo la valle del Setta.
Certe sere l’uomo, specie con la bella stagione, dice alla moglie che farà un giro a Grizzana per vedere se è tutto a posto o solo per il piacere di andarci. Non fa in tempo a finire la frase che il quattrozampe è sulla porta, pronto a partire. Salta in macchina, si siede di fianco al conducente e si lecca il muso dalla gioia. La coppia sta su un’oretta, assaporando l’uno la compagnia dell’altro, e rientra. Se invece il padrone esce per andare in azienda a finire un lavoro, Snoopy sale sul divano e va a occupare il suo posto finché non torna. Se, al contrario, resta in casa, il quattrozampe si accuccia al suo fianco, come una sua costola.
Il sabato e la domenica la famiglia va a Veggio per mandare avanti la trattoria, a volte coi figli altre senza. E la sera il cagnolino, dopo che a cena ha intrattenuto i clienti, strappando loro un sorriso, una carezza o una parola dolce e il locale sta per chiudere, precede i genitori adottivi a letto, come a dire non è ancora ora di coricarsi?
Ama scorrazzare in quel luogo meraviglioso, correre su e giù per i declivi disegnati dal tempo, scendere lungo le chine irregolari e risalire fino al punto più alto per sdraiarsi all’ombra delle querce, con una preferenza per la più vecchia e frondosa. Va a dormire sempre sotto quell’albero secolare, quasi a indicare dove vorrebbe riposare in eterno.
Quando l’idea del cimitero prende vita sotto l’insegna Riposo di Snoopy, con le terrazze divise in campi chiamati con nomi propri anziché numerati, il suo ispiratore con la coda ne accompagna i primi passi come un padre amorevole, ricevendo i primi arrivi insieme al padrone, l’umana sensibilità unita alla canina. Di arrivo in arrivo, Snoopy partecipa alla crescita del Riposo, accoglie i propri simili e consola coloro che sono venuti a portarli.
Sono in buone mani paiono dire i suoi occhi, e in buona compagnia, insieme a tanti altri esseri dal passo leggero il cui corpo è tornato alla natura che l’ha generato e l’anima alla casa che le contiene tutte.
Quando il padrone sale a Grizzana il venerdì sera, Snoopy va a fare il giro delle tombe, a salutare gli inquilini del condominio di terra. E la domenica, prima di tornare a Bologna, lo rifà, dà loro appuntamento al prossimo fine settimana.
Muore a dieci anni, il giorno della Befana. Se ne accorge la moglie che sta male, non si regge in piedi, si lamenta, e chiama il marito. Il veterinario dice che ha un blocco renale, ne ha per poco, è meglio porre fine alle sue sofferenze. Ma l’uomo vuole attendere la figlia che sta tornando da una vacanza in Tunisia, desidera che lo veda un’ultima volta vivo.
Solo che a Bologna nevica e l’aereo è costretto ad atterrare a Pisa, i passeggeri proseguono per Bologna in pullman. Quando arriva, Snoopy si trascina da lei barcollando e prorompe in un guaito di dolore.
L’uomo dice che è arrivato il momento, chiede al veterinario di preparare la puntura e prega tutti di uscire. Gliela deve fare lui. Lo tengono in casa perché fuori continua a nevicare, lo portano a Grizzana il giorno dopo.
Riposa in una cuccia di marmo sotto la grande quercia che domina il cimitero, ad additare la via ai futuri ospiti delle terrazze.
Una Questione di Ceto
Dalla raccolta di racconti “Due zampe di troppo” pubblicata da Giraldi editore
Per tutti era sempre stata la signorina Lia. Signorina per modo di dire, l’età era quella in cui da signorine si diventa zitelle.
Aveva appena fatto colazione, dopo i convenevoli di primo sole con gli ospiti meno rozzi della pensione della quale era cliente. Benché un ricovero possa essere considerato una pensione solo chiudendo gli occhi e fingendo che lo sia. Un canile è una specie dell’uno e dell’altra insieme, con l’ovvia differenza degli inquilini.
Lia era stata per anni dama di compagnia di un’altra signorina, solo a due zampe. Un’insegnante di latino a riposo che una mattina aveva dimenticato di svegliarsi.
Negli ultimi tempi non è che ci fosse stata tanto con la testa. Una volta si era scordata di darle da mangiare, un’altra gliel’aveva dato, ma di frigo, un’altra ancora l’aveva accompagnata a fare i bisogni lasciando a casa i sacchetti per raccoglierli. Ma di destarsi non si era mai dimenticata.
Quella mattina era andata a chiamarla bussando col muso contro la coperta. Aveva perfino abbaiato, se così poteva essere definito lo zufolio che le usciva di gola quando abbaiava. Senza risultato.
Finché non aveva infilato il naso sotto le lenzuola e l’aveva accostato al pigiama. Era freddo. Un freddo che gelò anche lei.
Dopo un tempo che non avrebbe saputo dire, alcuni soggetti erano entrati forzando la porta e avevano recapitato all’ultima dimora la compagna e in quel pensionato di quart’ordine lei. Soggetti a cui non era passato neanche per l’anticamera del cervello di chiedere a un qualche condomino come si chiamasse, per farlo sapere al pensionato. Né alcuno di questi, tanto solerte a rompere le scatole per un nonnulla, all’apparire dei vigili del fuoco e dei sanitari aveva dato segno di vita. Stavano tutti tappati nei loro buchi, come se la morte fosse una malattia infettiva.
Al canile, la prima che si era trovata davanti questa barboncina pasticciata, dalla camminata traballante, un po’ affettata e in apparenza spocchiosa, dovendo trovarle un nome, l’aveva battezzata Milady. Battezzo che a Lia era apparso una presa in giro, della nobildonna non aveva niente, nemmeno il pedigree. Era stata il frutto di un’avventura di sua madre, una pudica barbona nana che in età non più verde si era invaghita di un blasonato corgi, che aveva portato in dote alla figlia le sue buone maniere e un innato senso del gusto.
Gliel’aveva detto sibilando afona alle squinzie del canile – erano tutte donne, e non sapeva se fosse un bene o un male -, ma quelle svitate sembravano non capire. Le avevano accarezzato la nuca invitandola a non piangere. Eppure Elide la capiva. Ma Elide era la sua compagna, e la sua compagna non c’era più. Lì comandavano loro. Ubi maior, minor cessat. Anni di frequentazione, seppur indiretta, dei classici avevano fatto sì che masticasse un latino non disprezzabile.
Nessuna meraviglia. Se gli uomini sono in grado di parlare e capire le lingue, sia antiche che moderne, lo stesso vale per i cani, che con l’uomo le praticano da millenni. Ab ovo, dall’inizio dei tempi.
Da quando era chiusa in quel recinto la sua vita era cambiata.
Era sempre stata una cagnetta pulita, solita a morigerati e contegnosi bisogni e a sfregare le zampette su un ciuffo d’erba o sul selciato, a mangiare nella ciotola in punta di lingua e schiacciare un sonnellino dopo.
Lì invece era una latrina a cielo aperto. I cani, giocando a rincorrersi, finivano per calpestare i loro escrementi e portarli dappertutto, mangiavano da un ciotolone promiscuo e si abbandonavano a rutti e scoregge che le rendevano nauseabondo il poco che riusciva a strappare alle loro fauci. Non erano tutti così, ma la maggioranza lo era.
Niente di personale, solo una questione di ceto. Non esistono forse le classi fra gli uomini? Ebbene, esistono anche fra i cani.
“Non si può andare avanti in questo modo” si disse un giorno Lia “Vado a protestare in direzione.”
Raggiunse l’ufficio e si abbandonò a un latrato dei suoi. Le uscì lo sfiato di un fischietto rotto.
L’addetta la guardò.
“Ti è andato di traverso qualcosa?”
“Sì, questo posto.”
“Tranquilla, un giorno ti tornerà la voce.”
“Accidenti, è questa la mia voce, tonta!” e tornò nel carnaio da cui era venuta con la coda fra le zampe.
Ma l’addetta comprese che quei richiami soffocati erano sintomo di un disagio profondo, e decise di inserirla in uno di quegli annunci gratuiti pubblicati su giornali di inserzioni per schiuderle le porte di una nuova famiglia.
Ci voleva però un annuncio fatto apposta per lei. Non poteva certo scrivere la solita frase: Dolce trovatello (nel suo caso, trovatella), giocherellone e affettuoso, cerca padrone a cui dare leccate d’affetto e abbaiate. Milady non era né dolce né giocherellona. Pareva quasi seria, compunta. Magari affettuosa a modo suo. E che non abbaiava neanche a piangere.
Al cane che non abbaia le si accese una lampadina. Ecco la particolarità che cercava, la dote che avrebbe reso appetibile Milady a un aspirante convivente di un fedele quattrozampe. L’ideale per tanti amanti dei cani vittime dei regolamenti condominiali.
Frattanto Lia, recitato il de profundis alle sue velleità di interloquire con la direzione, aveva dato vita a un cenacolo culturale con una delle ultime entrate al pensionato. Le era morto il padrone, un poeta senza fissa dimora, anche lui passato dal sonno terreno a quello eterno come la sua Elide. Era una meticcia ancora giovane, che aveva condiviso col compagno la strada e l’incomprensione per la sua arte. Si chiamava Gea, la mitica personificazione della Terra, cambiato dal canile nel meno impegnativo e più banale Beba.
Al circolo ognuno era libero di parlare di sé, raccontare la sua vita o romanzarla o riportarne una diversa. Di dire il vero o il falso, ma anche di declamare un verso, abbozzare uno sketch, fare scena muta. Ciascuno, in quel palcoscenico improvvisato, aveva diritto al proprio spazio e a riempirlo come meglio credeva.
Il cenacolo aveva un’età media piuttosto alta, abbassata solo da Beba-Gea, da Cora, una bastardina che sarebbe stata bianca come la neve se non amasse rivoltarsi nella grande pozzanghera del cortile, quasi a farsi carico, anima candida, della sporcizia del mondo, da Troll, detto lo gnomo per la lunghezza delle zampe, e da Morgana, che ad accarezzarla sembrava parlasse.
Di recente erano entrati anche Gunnar e Dylan, due dei ragazzacci che rendevano indigesto il pranzo a Lia. Eiusdem furfuris, della stessa pasta.
Gunnar era un meticcio di pastore belga dal fisico possente, grandi occhi neri e un ciuffo sulla zucca che faceva impazzire le femmine. Lia compresa, se non fosse nella stagione della vita in cui i sensi diventano orpelli posticci, l’umorismo un lusso e la tolleranza verso gli eccessi giovanili una montagna troppo alta da scalare. Un pastore che, anziché alle pecore, si dedicava alle cagnette che incrociavano il suo cammino. Ma la predilezione per il gentil sesso gli era costata cara, il padrone l’aveva bastonato a sangue, lasciandolo più morto che vivo. Quindi le cure e la ripresa.
Quando Gunnar finì di raccontare le sue vicende, si sentivano sordi battiti di cuore e schioccanti passaggi di lingua sul muso, ad asciugare ciò che gli occhi non potevano trattenere.
Poi toccò a Dylan che, per alleggerire la tensione, inscenò uno di quegli spettacoli con cui si procurava il cibo da randagio. La storia mimata di un cane da guardia che, al posto della casa, teneva d’occhio la cagnolina del vicino, e per la grave mancanza veniva rincorso dal padrone con un martello in mano. Ma questi scivolava su una cacca dell’inseguito e finiva a gambe levate. Una parodia del racconto di Gunnar che fece esplodere la platea in una salva di latrati.
Quel giorno, all’ora del rancio, Gunnar obbligò i commensali di Lia a cominciare dopo che lei aveva finito, Lia si dette una mossa per ricambiare la cortesia e il resto della tavolata si trattenne, una volta mangiato, dal dare in escandescenze sonore.
Il cenacolo stava rendendo migliore chi lo frequentava.
Un sabato, di buon’ora, si presentò al canile di Vedrana di Budrio una vecchietta. Capelli d’avorio raccolti a concio dietro la nuca, occhiali tondi appoggiati su una piccola sporgenza a legume, pareva, piccola e sottile, la copia vivente della nonna di Titti, il canarino dei cartoni animati.
L’anziana chiese del pezzo unico della compagnia. Da tempo desiderava un cane, ma l’amministratore del condominio era venuto a saperlo per vie traverse e si era frapposto tra lei e il desiderio.
“Lo sa che è vietato tenere cani?” le aveva detto ostentando un rammarico più falso del suo toupet “Sta scritto nel regolamento condominiale.”
Lei aveva finto di abboccare, ma subito dopo era andata a leggersi il sacro testo esumando una copia da un cassetto. Non aveva trovato traccia di divieto di tenere animali domestici, erano solo vietati i rumori molesti. Un cane che non abbaiava era quello che faceva al caso suo.
Appena si videro, Lia leccò la mano della nuova compagna, e questa, che di nome faceva Artemisia, l’accarezzò sul dorso, come faceva Elide.
Hanno un bel da dire gli uomini che i cani sono tutti uguali, pensò Lia. Che sono privi di personalità, basta far loro due coccole perché scodinzolino allo stesso modo. E gli uomini allora? O le donne. Vedono un cane, e per blandirlo che fanno? Gli accarezzano il dorso, come tutti i bipedi dotati di parola. Non per questo chi lo fa non ha una propria personalità. I soliti giudizi degli uomini. Almeno i cani, di giudizi non ne danno. Sebbene questo, pensò ancora, ne avesse tutta l’aria.
“Domani verrò a prenderla” disse Artemisia all’addetta “Mi farò accompagnare in macchina da mia nipote, non abito vicino. Ma come mai non abbaia?”
“Non lo sappiamo. Il veterinario dice che sta bene.”
“Era per curiosità, non è importante. Lo è molto di più che non dia fastidio ai condomini. Anche se un abbaiotto ogni tanto mi sarebbe piaciuto. Ci vediamo domattina.”
Quando Artemisia se ne andò, Lia si pose il problema. Era vero, non abbaiava come i suoi simili, eppure da ragazza i suoi latrati li cacciava. Poi era cominciata la vita con Elide, e abbaiare non serviva. Aveva perso l’abitudine. Gli altri cani la capivano, ma quello che le usciva di gola non era la “voce” di un cane.
Chiese a Gunnar, il suo nuovo pupillo.
“Non abbai perché non apri abbastanza la bocca. Devi aprirla tutta e buttare fuori l’aria.” Lia allargò in modo goffo le labbra “Di più.” Spalancò le mandibole fino a sentire male. “Perfetto. E ora fuori l’aria.” Dalla bocca spirò un alito caldo. “Il fiato non basta, devi usare anche la gola, più una spintarella col diaframma. Non puoi sbagliare.”
Si concentrò più che poté. Le uscì un ululato rappreso.
“Non preoccuparti. Riprova.”
Raccolse le energie e ritentò. Stavolta partorì un latrato rotondo, da festa comandata, e con la nuova voce salutò i compagni di pensionato, riservando il saluto più lungo a quello col ciuffo. Gunnar la leccò il muso come a una madre, e lei ne accolse l’umore come quello di un figlio. Non si sarebbero più lasciati, ciascuno avrebbe portato con sé l’altro.
La mattina dopo Artemisia venne a prendere Lia, che ricevette una razione di coccole anche dalla nipote.
Nel pomeriggio suonò il campanello; la padrona di casa aprì la porta.
“Buongiorno” disse con forzato calore un tipo impettito dai capelli posticci, un sorriso di plastica e un pizzo scolpito.
“Complimenti per il suo servizio informazioni. Non l’aspettavo di domenica.”
“Ma che dice. Passavo di qua e per caso sono venuto a sapere che ha preso”
“Un cane, sì. Una femmina. Gliela presento. Milady!”
Lia, che al trillo del campanello era rimasta nelle retrovie, si avvicinò traballando alla faccia finta.
“Signora, lo sa che non può tenere cani.”
“Non se non abbaiano.”
“Un cane che non abbaia? Ma non mi faccia ridere!”
“Milady non abbaia.”
“Ah sì? Scommettiamo?” e si mise a ringhiare contro Lia come una belva inferocita. L’intento era chiaro, spaventarla e farla abbaiare, per poi sfrattarla senza pietà.
Lia lo guardò in silenzio. Artemisia sorrise.
“Non abbaia, vede?”
“Non può essere. È come un poppante che non piange, un uomo che non parla.”
“Eh, sa quanti ce ne vorrebbero.”
“Il suo cane è strano. O l’ha indottrinato ben bene o le ha fatto qualcosa.”
“La farò a lei qualcosa, se non va via subito” e gli sbatté la porta in faccia.
“È andata. Dobbiamo festeggiare.” Artemisia aprì una bottiglia di vino bianco e ne versò un calice “Alla nostra” brindò alzandolo alla quattrozampe, e travasò il contenuto nello stomaco.
Lia rispose con un latrato tonitruante.
“Milady! Ci hai imbrogliato tutti!” e le frizionò il capo con la mano libera “Vivremo insieme quel poco che ci resta. Siamo vecchie. Io più di te. Morirò prima.”
“Vuoi scherzare?” fece Lia “Un anno dei tuoi equivale a sette dei miei. Morirò prima io.”
“Hai ragione, i tuoi anni corrono di più” e, versato un altro calice, l’indirizzò per la strada precedente.
In vino veritas pensò Lia, felice che, dopo Elide, qualcun’altra di nuovo la capisse.
Il Giro dei Colli
Ci sono città vicine al mare, ai laghi o ai monti. La mia ha vicino le colline, e il giro dei colli è l’alternativa più rapida al giro al mare, ai laghi o ai monti. Pure per me, che guido per lavoro, e il fine settimana la macchina dovrei averla a nausea. E se in primavera l’ascesa ai declivi che ci si adagiano di fianco scopre una natura che si sveglia e si fa bella, in autunno hai l’incanto della natura che dorme, nuda, coperta dalla nebbia e dal freddo.
Anche l’autunno però ha giorni di sole, con colori così caldi da sembrare appena dipinti, quasi gocciolanti. Era uno di questi, un sabato abbagliante, e, vestito del mio taxi, ero partito per godermi la giornata. Da solo, per non spartirla con altri che me stesso.
Alle tre del pomeriggio il sole va spegnendosi, come se avesse brillato troppo prima, e fa posto a una bruma leggera. Uno zucchero filato opaco, che a finestrino aperto puoi sentire sulle labbra, in bocca, e quasi mastichi, e trovi abbia un buon sapore. Anche se non ce l’ha.
Guido piano, protetto da una coltre che man mano prende corpo e si fa più spessa, al punto da poterla indossare, come un cappotto. L’auto sembra essersi infilata in una sua manica. Una manica senza uscita.
A un tratto oltre il vetro si delinea una sagoma liquida, che muove le braccia a mo’ di odalisca. Cerco di distinguere quella specie di ombra cinese. L’ombra si avvicina, è davanti; inchiodo. In un attimo è dentro, seduta, si toglie il cappuccio dalla testa. Sembra un fuggiasco in cerca di asilo. Benché stralunata, la faccia non mi è nuova. E’ Ranzi, un compagno del liceo.
“Che ci fai qui, con questo tempo?!” dice, come se fosse lui ad aver raccolto me, e non io lui.
“Che ci fai tu?” replico ripartendo “A piedi, in mezzo alla strada.”
“Due passi.” risponde frizionandosi le cosce “Guidi un taxi?” dice mentre si guarda intorno, quanto un cliente in un negozio in cui non ha mai messo piede.
“Sì… Ma non sono in servizio.”
“Bene. Così non devo pagarti la corsa.”
Gli sorrido. Porta guanti da sci e montgomery, simili a quelli che portava a scuola. Potrebbero anche essere gli stessi. Che senso abbiano poi i guanti da sci in uno che non solo non scia ma nemmeno mi risulta essere mai stato in montagna d’inverno, è particolare che sfuggiva allora e continua a sfuggire oggi.
“Come butta?” chiedo, mentre un vapore compatto ci inghiotte e ci sputa a ogni catarifrangente illuminato dai fari. Le foglie secche sulla strada crocchiano sotto le ruote come la crosta del pane caldo di forno.
Sospira; butta male. E’ stato lasciato dalla ragazza con cui stava dal liceo, una piccoletta che, a vederla, si sarebbe detta più dolce di un confetto. Forse il confetto è arrivato alla mandorla, che spesso capita essere amara. Specie nell’ultimo. Ma non c’è problema, dice, tutto ha una fine. Meno male, l’ha presa bene. Anche la vita, aggiunge. No, non l’ha presa bene.
“Non riesco a vivere senza!” sbotta, e scoppia a piangere “Sono ore che cammino! Che cerco di farmene una ragione!… Ma non c’è mai una ragione perché un amore possa finire!”
Riccardo Cocciante. Le stesse parole. Siamo figli delle nostre canzoni; le citiamo inconsciamente, pensando di essere originali. E invece sono copie, e noi replicanti.
“Okei, adesso andiamo da qualche parte a fare due chiacchiere.”
“No, portami a casa.”
“Perché vuoi andare a casa?”
“Hai ragione. E’ meglio che mi porti in ospedale.”
“Guarda che non è così grave.” ribatto “Non si muore per amore.” E’ Lucio Battisti, lo so. O sono le canzoni che ripetono le parole di tutti i giorni?, sicché nulla è veramente originale. Nemmeno noi, le nostre vite. Invertendo i fattori, il risultato non cambia.
“Voglio andare in ospedale.” ripete.
Ranzi era un eccentrico. Comprava i libri in edizione economica, le pagine appese a un filo di colla secca, e ne scorreva le righe quasi senza aprirli, per non correre il rischio di spaccarli. Poi li leggeva andando in bicicletta, dove gli era capitato più volte di cadere e di rompere libro e bicicletta.
All’improvviso si toglie un guanto. Schizza rosso dappertutto, come se avesse aperto una bottiglia di pomodoro. E’ sangue. Si è tagliato le vene.
“Non voglio morire.” singhiozza.
Pigio sull’acceleratore. Non so come ci arrivo, al pronto soccorso, con la nebbia che avvolge anche i pensieri, quanto l’ovatta il più fragile dei colli. In ospedale lo ricuciono, gli fanno una trasfusione. Quando salgo in camera lo trovo sdraiato sul letto, supino, la faccia bianca abbandonata sul guanciale. Sembra uno schizzo in bianco e nero anziché una faccia, un quadro a china anziché una federa con un volto. Lo schizzo apre gli occhi, mi vede.
“Sono uno stupido.” sussurra con un sorriso ebete.
Faccio di no con la testa, poi indugio, annuisco, prima piano, poi più forte, e scoppiamo a ridere.
Il Mare Addosso
Quando Varda glielo chiese, conosceva già la risposta. Era come chiedere a un bambino svogliato se voleva andare a scuola, o a un beone di pasteggiare a minerale, o al più spilorcio degli avari di far beneficenza. La risposta era no; cento, mille volte no.
Malgrado ciò glielo chiese ugualmente, per gentilezza, per affetto verso il proprio uomo, o per un bisogno di conferma, di rassicurazione, per risentire da lui la risposta più scontata. A riprova che la vecchia quercia era sempre quella, sempre lei, chiusa a ogni novità che non fosse il fardello del quotidiano, l’affrontare le cose da fare una dopo l’altra, senza posa, come le pietre di un rosario la cui fine avrebbe coinciso con la sua.
“Loano, domenica vieni anche tu al mare con la parrocchia?” domandò al marito a desinare, allungando le palpebre a mo’ di grimaldello, per scardinarne la serratura.
Loano mangiava pasta e pomodoro, e raccoglieva col pane le gocce di rosso che la pasta non tratteneva e ricadevano nel piatto, pesanti quanto gocce di sudore. Il pane era un casereccio che le dita nere e grinze facevano più bianco di quel che era. Mangiava e guardava la moglie e la corona dei figli riuniti intorno al tavolo -alcuni, perché la maggior parte ormai era fuori casa, coniugata con prole a sua volta-, nonché i nipoti più piccoli, che i figli sposati lasciavano alla nonna perché li accudisse, e Filippo, il cane di famiglia, l’ennesimo nipote, solo con un numero di zampe diverso. Anche se l’ultimo erede camminava ancora su quattro.
Varda gli leggeva nelle righe della fronte la lista delle scuse che avrebbe accampato. Una lista al cui cospetto quella della spesa settimanale degradava a pensiero della sera, a fioretto prima di addormentarsi. La legna da tagliare, per poi essere raccolta e portata nel casotto, il fieno da affastellare, l’erba da falciare, gli alberi da potare, la frutta da raccogliere, le macchine operatrici da preparare all’uso, le proprietà, case e terreni, a cui attendere, col corollario di incombenze che queste richiedevano. Tutte attività da sbrigare la domenica, che la settimana, sabato compreso, era consacrata al lavoro vero e proprio. Quasi che quel po’ po’ di occupazioni festive non fossero lavoro. Altro che giornata dedicata al riposo, a ringraziare Dio per aver creato il mondo e i suoi abitanti. Per ringraziare Dio era sufficiente l’ora della messa, sottratta alle faccende domenicali come una fetta di polenta e formaggio alla sagra del patrono. A gomitate e spintoni. E nemmeno la moglie, perciò, era mai libera da impegni il dì di festa, che avrebbe dovuto cucinare per il marito e i figli chiamati ad aiutarlo, e avrebbe finito per dare una mano lei stessa.
Loano era il fabbro del paese; anzi, dell’intera valle. Nella sua officina si faceva di tutto, dalla costruzione di gazebi, cancelli, infissi, attrezzi, alla riparazione di vecchie auto, camion, macchine agricole e finanche elettrodomestici. Mani nere e grinze per il pane, ma mani d’oro per il ferro e per ogni rottame da aggiustare capitasse a tiro.
Aveva respirato ferro e montagna da quando aveva aperto gli occhi. Era entrato in officina da bambino, durante le vacanze scolastiche, come un gioco, che ben presto era diventato un lavoro finita la scuola dell’obbligo, quando l’insegnante gli regalò la promozione per non farlo ripetere l’ultima classe all’infinito. Sapendo che, per forgiare il ferro e riparare cianfrusaglie, lo studio non serviva.
Il lavoro lo occupava dall’alba al tramonto, con sporadici intermezzi familiari. Anche far l’amore con la moglie era una specie di lavoro, con cui dare alla famiglia nuove braccia, nuova ricchezza. Un compito affrontato certo col più grande trasporto, ma assolto pure, almeno in parte, con l’intima convinzione di adempiere un dovere. Spesso da soddisfare fra una raffica di fiamma ossidrica e l’altra, per non perdere i giorni fertili della consorte né quelli gravidi di lavoro in officina. Un salto in branda a qualsiasi ora, a volte senza neanche spogliarsi, o senza togliersi le scarpe. In ogni caso, mai i calzini. Ci dormiva, coi calzini; ci stava davanti alla tivù, in bagno, perfino sotto la doccia, quasi fossero una seconda pelle.
Ed era arrivato a sessant’anni, con dieci figli e dieci nipoti. Per il momento, poiché essendo i figli prolifici quanto il padre, la conta dei nipoti andava aggiornata di anno in anno. Sessant’anni senza un giorno di riposo, o di vacanza che dir si voglia. Parole sconosciute, per non averle mai né studiate a scuola né praticate nella vita. Anche perché, sapendo solo lavorare, e, tutto sommato, divertendosi a farlo, in vacanza si sarebbe annoiato. Solo per il suo matrimonio e per quelli dei figli si era preso una domenica di “festa”, che già a sera l’officina reclamava e i lavori in campagna incalzavano. Il riposo era ammesso solo per malattia. L’unico datore di lavoro abilitato a concederlo.
“Allora?” lo sollecitò la moglie sbocconcellando una mela “Ci vieni o no al mare con la parrocchia?”
No, si apprestava a udire la donna.
“Sì.” rispose il marito “Ci vengo.”
Alla consorte andò di traverso il boccone. Cominciò a tossire convulsamente, lacrimando dallo sforzo, finché il cibo, ritrovata la strada giusta, non la lasciò con la faccia impagliata di chi ha assistito al compiersi di un miracolo. I figli, a loro volta, sgranati gli oblò sul patriarca, erano rimasti di stoppa, le bocche aperte con quel che c’era dentro. Filippo, visto il resto della famiglia sbalordire, aveva fatto lo stesso.
Quello che moglie e figli non sapevano era che il nipotino preferito di Loano, il giorno prima, aveva rivelato al nonno di aver ottenuto dal padre il permesso di andare al mare, domenica, assieme alla nonna, col pullman. “Perché non vieni anche tu?” gli aveva domandato la piccola zazzera bionda. Stava per dire di no ma la voce non gli era uscita; non ne aveva avuto il coraggio. Né la testa aveva avuto la forza di esprimere con lieve ma decisa rotazione ciò che la bocca si era guardata dal pronunciare. Gli occhi accesi del bambino aspettavano una sola risposta. “Allora?” Loano pensava alla giornata persa, al lavoro da rimandare di una settimana, e ai lavori delle settimane successive, da rimandare a loro volta. Una seccatura, in una catena incombente quanto lo scorrere del tempo. Il bambino però gli sorrideva, suggerendo la risposta. “Sì.” aveva detto alla fine, come per togliersi un peso. Il nipote gli aveva buttato le braccia al collo, e lui, che già si era pentito, aveva rigettato il pentimento in una lacrima liberatrice.
Ci aveva pensato dopo, al mare. Esisteva per davvero? O era solo una fantasia, un’illusione. Per esistere doveva esistere; l’aveva visto in tivù, sentito nelle previsioni del tempo. “Mari da mossi a poco mossi”, diceva per lo più il meteorologo. Benché lui, il mare, non l’avesse mai visto. Non avesse mai visto niente. Talora, per lavoro, gli era capitato di andare in qualche paese vicino, in una valle circostante, una volta addirittura in città. Ma al mare mai. Non l’aveva mai attratto il mare; mai stuzzicato. Tutta quell’acqua. Neanche a tavola la sopportava, l’acqua. Il vino era l’unico liquido che poteva surrogare il liquido per definizione, la grappa.
Alcuni anni prima aveva avuto un calcolo. “Bere molta acqua.” gli aveva detto il medico. Acqua. A uno che all’ora del tè faceva merenda con pane, salame, vino della sua vigna o grappa ai mirtilli. Quando la beveva gli sembrava di annegare, e in pancia la sentiva frangersi contro gli intestini come le onde contro gli scogli. Gli era venuto il mal d’acqua. Al mare gli sarebbe venuto il mal di mare. Ma ormai aveva promesso.
Domenica mattina, col buio, nonni e nipotino raggiunsero il piazzale della chiesa, punto di ritrovo dei partenti, dove un pullman li imbarcò per l’approdo convenuto. Mentre la piattaforma mobile lasciava quelle vette incantate, che ancora specchiavano il pallore della luna, e scendeva lungo i tornanti come un’enorme, lenta saponetta, a Loano andò la testa in centrifuga. Già la notte aveva dormito male, girandosi e rigirandosi nel letto quanto la risacca sulla battigia. Stava lasciando i suoi monti, il suo gassoso liquido amniotico, e non per un’altra valle o altri monti, ma per un altro pianeta, un’altra galassia. Sarebbe riuscito a sopravvivere?
La montagna cedette ben presto alla collina, e la collina alla pianura. Loano pensò all’anno indietro. La moglie, per la prima volta, gli aveva chiesto la domenica libera per andare al mare con la parrocchia, sempre di maggio, come quell’anno. Lui, alla richiesta, c’era rimasto, poi le aveva dato il permesso, quanto a un’adolescente alla prima uscita.
“Bello.” gli aveva risposto.
“Più delle nostre montagne?!” aveva ribattuto secco.
“No.” gli aveva sorriso, quasi per non scontentarlo.
“E allora perché andarci?” aveva concluso Loano, chiudendo le trasmissioni con la moglie e, tirata su la coperta, col mondo.
Ora, invece, quel diavoletto tentatore di Alderuccio, il nipotino, l’aveva coinvolto in un’avventura ai confini della realtà, dentro una macchina volante che l’avrebbe portato chissà dove, alla mercè di alieni e terre inospitali. Nudo, senza le armi dei suoi attrezzi da lavoro. Grattava con le dita dei piedi contro i calzini, contro le suole, come per uscire da quel cappio elastico, da quella trappola viaggiante. Un’ansia che gli si leggeva in faccia, nelle mani, strette l’una all’altra. Guardò la moglie, sveglia, e il bambino, che dormiva.
Finì per appisolarsi pure lui; ansia a parte, non era abituato a stare senza far niente. Si svegliò alle prime luci dell’alba, in quella che, dritta come uno scivolo a due corsie, doveva essere l’autostrada. Dove tante scatole di metallo, più o meno grandi, più o meno piene, superavano il pullman dandogli appuntamento a dopo o a mai. Salutandolo, in ogni caso, con un colpo di luci o un pennacchio di fumo.
Il becchettio del transatlantico nel mare d’asfalto lo fece riappisolare e ridestare più volte, avvolgendolo in un torpore aereo. Ogni volta che apriva gli occhi incontrava quelli di Varda, spalancati a mo’ di fari su di lui e su tutto ciò che si muoveva dintorno, per non perdere nulla della gita. Non aveva fatto il viaggio di nozze; solo il breve tragitto dalla chiesa al ristorante e ritorno al nido. Alla casa con annessa officina; o viceversa. Il loro regno. La loro prigione.
Si svegliò col sole che gli solleticava la fronte. Il pullman percorreva un viale alberato, le fronde degli alberi gonfie quanto criniere di leoni, a incontrarsi in una volta di foglie tremolanti che ombreggiavano la strada. Si alzò da sedere e aprì il finestrino. L’aria era tiepida, frizzante; sapeva di sale e di luce. Il cielo era di un azzurro terso, profumato.
La moglie lo vide appoggiare il mento sul finestrino e inspirare avidamente, il vento nei capelli.
“Siamo quasi arrivati.” gli disse “Ora si va un po’ in spiaggia, poi al ristorante, e nel pomeriggio a Sant’Apollinare.”
Scesero sul lungomare, a ridosso di uno stabilimento balneare. Loano stringeva la mano di Alderuccio, come per proteggerlo da quanto stava per svelarsi al loro sguardo. In realtà era lui a essere appeso a quella piccola mano, che teneva forte per vincere la paura dell’ignoto. Camminavano piano, stretti da un nodo di mani e di cuori, gli occhi fissi dinanzi. Fecero qualche breve passo, a misura di bambino, passarono lo stabilimento balneare e approdarono sul limitare del lastricato. Di fronte, la spiaggia, con la sua distesa di sabbia e, in fondo, come immensa oasi nel deserto, il mare.
“Nonno, la sabbia.” sussurrò Alderuccio.
Loano rimase in silenzio, trasognato, fissando il tratto che li separava dall’acqua. Quindi fecero entrambi un passo avanti, affondando lo scarpe da montagna nella sottile farina tiepida.
Alderuccio si chinò, ne afferrò una manciata e la depose nella mano destra del nonno. Loano l’assaporò al tatto, passandosela fra le dita. Sembrava polvere di ferro, ma più morbida, più calda. La restituì alla sabbia e s’incamminò col nipote verso la riva, sollevando piccole nuvole di polvere.
Nella marcia di avvicinamento al bagnasciuga notò accampamenti di uomini e donne sdraiati su stuoie e lettini, che prendevano il sole in costumi da bagno che celavano ben poco di quel che avrebbero dovuto -specie le femmine, che mostravano con orgoglio i trofei di cui erano dotate-, con colori della pelle che andavano dal bianco all’aragosta al bronzo. Un condominio orizzontale, multicolore, con una precisa delimitazione dello spazio di ciascuno con borse e asciugamani, usati come pipì di gatto, per marcare il territorio.
Guardava rapito, Loano, girandosi intorno, e con lui il bambino, incamerando ogni immagine che catturava la vista, e ricoverandola nell’angolo della mente dove dimorano i ricordi, perché ne avesse cura, quanto fiori in una serra. E cercando di capire, abituato mentalmente ai fiumi, da dove poteva sgorgare tutta quell’acqua, se da destra o da sinistra, e dove poteva finire. Ma non era acqua che gli scorreva davanti, ma che gli si stendeva di fronte a mo’ di tappeto, steso per invitarlo a entrarvi dentro.
Raggiunta la riva, si fermarono a fissare l’orizzonte, al pari di due esuli; due naufraghi che, aspettando che dal mare qualcuno venisse a riprenderli, si godevano la vista che dall’isola si apriva ai loro occhi. Guardavano il mare in compenetrato silenzio, quasi risucchiati, assorbiti da quelle lingue verdi-azzurre che si sopravanzavano e guizzavano ai loro piedi come se scodinzolassero, quanto un cucciolo che corre incontro al padrone per un festoso benvenuto. Lingue che in lontananza si univano, baciandolo, all’azzurro del cielo.
Guardavano quella distesa d’acqua salsa, che recava in dono conchiglie e piccoli sassi lucenti, ciascuno dei quali pareva raccontare una lunga storia, di mare e d’amore. Doni portati dalle onde, a mo’ di magi, che erano di viatico e di speranza che vi sia, nel mondo, qualcosa di bello, per cui valga la pena di vivere. Qualcosa che non si vede, ma che c’è.
Fissavano il verde-azzurro che si stagliava a perdita d’occhio; lo vedevano ondeggiare, mutare il riflesso del sole, tremolare al soffio del vento, ne respiravano l’odore denso e dolciastro, ne ascoltavano la voce in superficie, e parevano coglierne la vita nelle profondità, e condividerne il mistero e la bellezza.
Erano fermi sul bagnasciuga, stregati da quello spettacolo, ammaliati dal suo incanto, nei vestiti di quand’erano partiti. Giacca pesante, camicia di flanella e maglia della salute. Al punto da attirare l’attenzione della discinta fauna da spiaggia, che si era messa a rimirare i due intrusi, immobili come spaventapasseri.
“Bello, vero?” disse Alderuccio, rompendo il silenzio, senza distogliere lo sguardo.
“Bello.” confermò il nonno.
“Mettiamo i piedi nell’acqua?” chiese il bambino, per uscire dalla tavolozza ed entrare nel quadro.
Loano si guardò le scarpe. Per mettere i piedi nell’acqua bisognava toglierle, ma soprattutto bisognava togliere i calzini. “Dài!” occhieggiava il cucciolo d’uomo.
“Ma sì!” disse Loano. Tanto, tolte le scarpe, restava il bozzolo protettivo dei calzini; li avrebbe tenuti, e poi si sarebbero asciugati al sole.
Ma appena tolse la scarpa destra, notò che il ditone fuoriusciva dal pedule scuro quanto la grossa testa di un lumacone dal guscio. Doveva essere stato tutto quel grattare a vincere la tela di rammendi che la moglie, instancabilmente, tesseva all’altezza della testa del piede. Se non era già rotto quando se l’era messo la mattina, di fretta, col buio fuori e l’ombra del paralume dentro. Forse aveva ragione Varda, ci voleva del fil di ferro per chiudere certi buchi una volta per tutte.
Alderuccio rise nel vedere quella strana specie di mollusco uscire dal nicchio, e pure Loano non riuscì a trattenere il riso. Ma come avrebbe fatto a passeggiare con un calzino così grossolanamente bucato? Doveva buttarlo. Se lo sfilò e lo gettò in un bidoncino dei rifiuti prossimo alla riva. Si guardò i due piedi, uno foderato di nero e l’altro no. Così era perfino peggio. Si tolse anche l’altra calza e la mandò a raggiungere la prima.
Senza i suoi appoggi guantati si sentiva nudo, cieco e sordo, a suo agio come dentro la pentola di un cannibale che aveva appena acceso il fuoco. Tuttavia si mise a camminare a piccoli passi, per abituare alla nuova superficie la pianta del piede, che la mancanza del pedule rendeva più sensibile di una bilancia di precisione. Una superficie sconosciuta, infida a prima vista, ma sincera a una seconda. Camminando sentiva un leggero pizzicore sotto i piedi, un massaggio di tante morbide capocchie di spillo che, come il massaggio esercitato sul palato dal primo bicchiere di vino rispetto ai successivi, lo spingevano ad andare avanti. In prossimità dell’acqua si rivoltò i calzoni, perché non si bagnassero, e così pure rivoltò quelli di Alderuccio. Finché non vi affondò le caviglie, con l’onda che, bagnandogliele e ritirandosi, lo solleticava blandendolo quanto una maliarda, e lo invitava a raggiungerla. Acqua che poi, nel ripiegare, lo lasciava leggermente sprofondato nella rena, quasi a renderlo figlio della sabbia. Figlio del mare. Se lo sentiva addosso, sulla schiena, nella carne; un fardello lieve, senza peso, levitante addirittura, che lo faceva sentire simile a un gabbiano.
I piedi nell’acqua gli davano un senso di estasi, di felicità. La felicità di chi, raggiunta una vetta, vi pianta una bandiera sopra, come per farla propria, e a sua volta farne parte. Per tornare, mescolandovisi, a quella natura da cui un giorno il soffio vitale l’aveva fatto scaturire. Poi si girò e tornò sui suoi passi col bambino, raddrizzando a sé e al piccolo i calzoni. Loano, facendo di necessità virtù, infilò le scarpe nei piedi nudi, e con Alderuccio raggiunse la moglie e gli altri per andare al ristorante, che era nello stabilimento balneare vicino. Moglie a cui si guardò bene dal dirle dei calzini, per evitare una scrollata di testa a lui, e un cruccio a lei. Il frizzantino fresco non fece rimpiangere il rosso della vigna, né i tagliolini di mare, la grigliata di pesce e il fritto misto le pappardelle al cinghiale e la carne salada e fasoi. E nemmeno il limoncello, dopo il dolce, fu da meno della grappa.
Finito il pranzo, la comitiva, per smaltire cibo e libagioni, di nuovo si riversò in spiaggia, chi per una passeggiata sulla battigia chi per un riposino sotto l’ombrellone, in attesa della visita, prevista per metà pomeriggio, alla vicina basilica di Sant’Apollinare.
Loano e Alderuccio si incamminarono lungo il bagnasciuga, nuovamente togliendosi le scarpe, che ormai il ghiaccio era rotto, e rivoltandosi i calzoni sopra le ginocchia, rivivendo le emozioni di prima, ma amplificate dalla pancia piena e, per Loano, dai fugati dubbi sull’avversità del mare. Dalla bellezza, anzi, dal calore e dalla gioia che sapeva infondere. Finché il loro orecchio non fu attirato da un canto ammaliatore.
“Signore e signori, la motonave Aurora sta per partire per un meraviglioso giro di due ore lungo la costa. Venite. I bambini viaggiano gratis.”
La motonave era un vecchio barcone a motore, che danzava sulle onde come un’odalisca sovrappeso. La coppia si guardò sbilenca.
“Nonno, ci andiamo?!” disse il bambino illuminandosi.
Due ore. Il tempo forse c’era, pensò Loano, ma salire su una barca, andare per mare, circondati dall’acqua, con la terra lontana; tutto in un sol giorno. Non era troppo? Loano cominciò scuotendo lentamente il capo in gesto di diniego, prima di bloccarlo pupille al cielo, e sbloccarlo poi in un frenetico movimento dall’alto in basso. E si mise a correre verso la barca insieme al nipote, quasi trascinandolo, sollevandolo, mentre il piccolo urlava dalla gioia. E pure lui, con la faccia spiritata, lanciava grida gutturali, da attacco indiano alla diligenza.
“Non c’è bisogno di correre, signori; siete i primi. Io sono il comandante.” disse uno che del comandante aveva giusto il pizzo e, forse, il cappello “Sembra che non abbiate mai visto il mare.”
“E’ così!” replicò il bambino.
“Non avete mai visto il mare?!” stupì il graduato senza stellette, e allo stereofonico “no” del duo stese il braccio maestro e proruppe in un: ”Accomodatevi! La nave è vostra.”
Fatto il pieno di bipedi, come Noè dovette farlo di quadrupedi e uccelli, il barcone partì. Si allontanò piano dalla costa, poi prese velocità, cavalcando le onde di un mare placido e luccicante, sollevandosi e adagiandosi molle su di esse. La carena tranciava i flutti quanto un apriscatole, arricciandoli in una cresta spumosa. Spuma che si apriva e si chiudeva al passaggio della vecchia madama, accarezzandone i fianchi di matrona.
Avrebbe voluto abbracciarla, Loano, quell’onda bianca, quasi accecante, senza gli occhiali da sole, ma lei, al contatto con la barca, si dissolveva, come una parola non detta, un sogno svanito, per ritornare di nuovo e, di nuovo, sparire, quanto un’eterna promessa. E allora alzava gli occhi e guardava i gabbiani, che volavano intorno, tuffarsi in acqua e centrare la preda, per portarla lontano, e poi tornare. Non era difficile immaginare di essere un pesce che nuota tra i fondali, o un uccello che vola nel cielo. Non era difficile pensare che tutto fosse dono di Dio.
“Nonno!” lo risvegliò di colpo Alderuccio “Non abbiamo avvisato la nonna!”
Loano si picchiò una mano sulla fronte, prima di allargarle entrambe, in segno di resa. Era vero, non l’avevano avvisata. Ma a quel punto era fatta. Si augurò soltanto che potesse distrarla don Clauro, che in chiesa dissertava di santi come nessuno. Loro, ormai, potevano fare solo i navigatori.
In quell’istante, invece, Varda, col gruppo in procinto di avviarsi a Sant’Apollinare, si accorse dell’assenza, più che del marito, alle cui assenze era abituata, del nipote, che il figlio aveva affidato a lei e solamente a lei, e fu colta dal panico. Bloccò don Clauro, e insieme a lui corse in spiaggia e lungo il bagnasciuga, a chiedere se qualcuno aveva notato un bambino biondo in compagnia di un uomo dai capelli grigi. Di piccole teste fulve in spiaggia ce n’erano parecchie, perché a maggio erano già scese le prime avanguardie di tedeschi. Finché qualcuno non ricordò di aver notato un uomo urlante che trascinava un bambino biondo, che pure urlava, verso uno di quei barconi che portano in giro i turisti.
“L’hanno rapito!” gemette Varda.
“Rapito?!… Su una barca piena di gente?” replicò don Clauro.
“Sì, l’hanno rapito!” ripeté.
“Ma no, forse è con Loano, e stanno facendo un giro in barca.”
“Mi descriva l’uomo!” fece Varda al testimone.
“Beh, era vestito.” rispose questi “Aveva i pantaloni rivoltati… i piedi nudi…”
“Non è Loano!” l’interruppe la donna “Non può essere Loano!”
“E perché?” chiese il prete.
“Perché lui non li toglie mai i calzini!”
“Ma Varda, siamo al mare. Qui nessuno porta i calzini.”
“Tu non conosci Loano. Dobbiamo chiamare la polizia.”
Frattanto, in mare aperto, il barcone avanzava sonnolento tra i flutti, mentre il sole scaldava il sorriso dei naviganti e la brezza umida ne accarezzava i visi, e in cielo piccole nuvole bianche si univano in strane figure.
All’improvviso, il brontolio del motore e lo sciabordio delle onde contro la barca furono spezzati da un ululato in avvicinamento, e la volta celeste da lampi di giallo e arancione. In men che non si dica una lancia si avvicinò al barcone e una voce al megafono diede ordine di fermarsi.
“Cerchiamo un bambino biondo di otto anni. Si chiama Alderuccio.” gracchiò, nasale, la voce.
Loano si irrigidì, prima di sentire un formicolio lungo la schiena, mentre i punti interrogativi disegnati sulle facce degli astanti si appuntavano sul bambino al suo fianco, e poi su di lui. Acuminati come frecce.
“E’ mio nipote.” disse con un sorriso ebete a quegli occhi puntati.
“E’ qui.” gridò il comandante finto a quello vero.
“Veniamo su.” gracchiò, di nuovo, il megafono.
In breve, il comandante coi gradi salì a bordo del barcone insieme a Varda, che strinse al petto Alderuccio e fulminò con un’occhiata Loano. Poi, chiarito con la polizia costiera, che tornò a più serie questioni, il viaggio riprese come previsto, con un passeggero in più. Quindi tornarono al punto da cui erano salpati, e di qui al pullman, dove di lì a poco giunse il gruppo da Sant’Apollinare.
“Ci andremo l’anno prossimo.” disse premurosamente Loano alla moglie, che lo guardava scuotendo il capo. “A sant’Apollinare, intendo… Ma pure al mare. Magari anche prima di un anno.”
Varda spalancò occhi e bocca. I miracoli stavano diventando un evento piuttosto frequente. Poi gli schiuse un sorriso di pace.
La sera, tornati a casa, fra le montagne, con Filippo ai piedi del letto, dopo aver festeggiato il ritorno dei padroni dal lungo viaggio, Loano non si lavò i piedi né, coricandosi, mise i calzini. Tenne la sabbia fra le dita, quasi fosse una calza. Si addormentò col mare addosso, pensando all’onda bianca e al suo andirivieni, al suo offrirsi e al suo ritrarsi, a quell’abbraccio mancato. L’abbracciò nel sonno, come un’amante lontana.
Il Manoscritto Scomparso
Non tutti gli elettori sono uguali per i politici; alcuni lo sono di meno. Certuni esistono giusto nelle pagine gialle, altri neanche nella fantasia dei creativi. E ci sono gli investigatori privati. Che, come si sa, non bazzicano solo film o romanzi.
Non c’è un partito che si occupi seriamente della categoria; perciò io, per un sano principio di reciprocità, non mi occupo di loro. Almeno finché non si va a votare, quando, giorno ingrato, qualcuno bisogna pur scegliere. E in tempi di maggioritario la scelta è fra due nomi, che promettono sapendo di non mantenere, soggetti entrambi allo stesso padrone: il mercato. Due facce della stessa moneta, che però incasserà uno solo. Una visione qualunquista, si dirà, ma calzante al quadretto quanto l’oliva al Martini.
Nondimeno ero tornato a casa prima del solito, per affrontare col viatico di una poltrona le pagine consacrate alla materia di un paio fra i quotidiani più noti di colore opposto, e raccapezzarmi in vista delle imminenti elezioni. Fatica vana, dato che i termini “rossi trinariciuti” e “neri fallocrati” chiarivano poco del pensiero dei contendenti. Il linguaggio politico era sceso a livelli da bettola. Ma per i nuovi tribuni di partito il contraddittorio è diventato uno scambio di insulti. Le botte restano l’ultima ratio. Guardando Molly nella cuccia pensai alla fortuna che hanno i cani a non votare. Anche se, onestamente, hanno la sfortuna di non potersi scegliere il padrone.
Il trillo del campanello recise il pensiero. Non feci in tempo ad aprire che la porta mi si catapultò in faccia. La mente corse alle ghigne di chi poteva trovarmi simpatico al punto da sfondarmi le corna. Per lo più mariti colti sul fatto, dove il “fatto” è sempre una femmina diversa dalla moglie, che così però può campare di alimenti per il resto dei suoi giorni. Ma era solo l’effetto della botta. Sparite le stelle, gli occhi impressionarono salterellarmi davanti due pargoli di canguro dalle guance di burro e le manine ripiene. Gli artefici dello spintone alla porta. Maschio e femmina, garanzia di riproduzione della specie.
“Attenti, bambini!” gridò con colpevole ritardo mamma canguro. “Mi scusi, sono l’inquilina del primo piano. Lei è Avanzo, vero?, l’investigatore. Posso entrare?” disse al mio sorriso di gesso sbuffando come un camion in salita. Era ancora giovane, ma la gestazione dei pargoli le aveva segnato la linea e il fiato.
“Non è nulla, sa?” ansimò indicando il bozzo che doveva ornarmi la fronte quanto una ciliegia sciroppata un pasticcino da tè, dopo che l’ammisi alla magione. I frugoli, del resto, erano già dentro e, raggiunta Molly, avevano avviato le presentazioni.
Dopo avermi inciucchito di scuse per l’intrusione e il resto, mi chiese se potevo aiutare una sua cugina a risolvere un problema. Allungai il collo. Per dire “sì”, ma pure per sbirciare di lato, e notare che con Molly i frugoli stavano facendo un uso improprio delle manine, infilando i ditini nei pertugi disponibili e affibbiandole sonore pacche sulla carcassa. Dire che se la stava passando come il generale Custer a Little Big Horn rende l’idea.
“Qual è il problema?” domandai ostentando indifferenza ai guaiti dell’improvvisata baby-sitter. In realtà per accelerare i tempi. Molly adorava i bambini, ma quei Bonnie e Clyde della tortura in formato ridotto dovevano pensare fosse di pezza e, una volta rotta, si potesse riaggiustare. La madre, come tutte le madri, faceva il gioco delle due scimmiette, non vedeva e non sentiva. Però parlava. La cugina si chiamava Wanda Tarozzi, detta Tara per via del peso lordo; una ragazzona che già al liceo sublimava col cibo e la letteratura il piacere dei sensi. Era in una scuola di scrittura creativa per sole donne, la prima del genere a Pistoia, che dirigeva con un’amica e un amico gay. L’unico rappresentante, si fa per dire, del sesso forte. La sede della scuola era presso la biblioteca San Giorgio, dove si tenevano le lezioni. Il problema era che un’allieva della scuola, la più giovane e dotata di penna, se l’intendeva con uno spinellomane, e Tara ne era preoccupata.
Inutile obiettare che oggi neppure un genitore si preoccupa per così poco, stante la fauna che barbifica nelle scuole, ma nella lotta contro il tempo per liberare Molly dai seviziatori in erba tacere poteva essere decisivo. Più che con certe mogli.
“L’aiuterà se la mando da lei?” chiese.
“L’aiuterò.” risposi d’acchito, il sorriso in bocca e il cuore in gola. Un po’ come in quel gioco in cui una coppia felice si mette in pompa magna, per promettere davanti a un estraneo vestito a festa o in abito talare che lo sarà per sempre. La più azzardata delle promesse. E le diedi telefono e indirizzo dell’ufficio.
“La ringrazio. Andiamo, bambini.”
I frugoli, al richiamo, omaggiarono la bambinaia a quattro zampe di un’ultima salva di pacche e salterellarono fuori, con mamma al seguito. Molly, la lingua a pavimento, diede una scrollata epica e mi ringraziò con la coda.
La mattina dopo l’ufficio assisté all’epifania di Tara. Un disegno di Botero in carne e grasso, con la faccia tonda di un mappamondo, leggermente schiacciata ai poli. Mi parlò della scuola, la Elizabeth Smart, così chiamata in onore dell’autrice di culto di “Sulle fiumane della Grand Central Station mi sono seduta e ho pianto”, storia di una coppia clandestina nell’America bigotta degli anni quaranta, e della San Giorgio, le sue navate voltate e l’auditorium, adibito a grande aula per gli insegnanti della scuola.
“Perché una scuola per sole donne?” chiesi così, per curiosità.
“Perché la donna è più sensibile dell’uomo, più attenta. Sa ascoltare, è un’osservatrice migliore, usa i due emisferi in contemporanea e non uno alla volta soltanto. C’è più sangue nel cervello di un donna, più neuroni, più vita. Pesa la metà ma vale il doppio.”
“E perché si rivolge a un uomo, se siete così brave?” Non ce l’ho con le femministe. Solo con certo machismo femminino.
“Perché a usare gli emisferi separati siete più razionali. Sui singoli problemi siete imbattibili.”
Avevo spuntato un pareggio. Considerato com’eravamo partiti…
“Ha studiato medicina?” chiesi ancora, avendo disquisito di cervelli quanto un politico alle prime armi di cosa pubblica. Poi la cosa pubblica finisce per dare più assuefazione del fumo, e il linguaggio tende a strutturare non più concetti ma aria fritta.
“No, leggo giornali femminili.”
“Una lettura un po’ di parte.”
“Come tutte. Una cosa però è certa, il futuro è delle donne. Specie nella scrittura. Il futuro prossimo, non quello remoto.”
Aveva pronunciato l’ultima frase come un dogma -o un anatema-, gli occhi spalancati da civetta. E se anche il sapere dei politici fosse il frutto della lettura di certe riviste maschili, riversato sul volgo in forma di princìpi? La cosa non era da escludere, visto lo spropositato numero di riviste contrapposto all’assenza di princìpi.
“Da dove le viene una tale certezza?”
“Dagli scritti delle mie ragazze.”
“Dunque si può insegnare a scrivere?”
“A scrivere sì. Il talento invece no, non può insegnarlo nessuno. Il talento si scopre, non si insegna.”
“E lei, esattamente, cosa insegna?”
“A vincere la paura della prima pagina, che è lo stesso della prima volta. A buttarsi sulla pagina bianca, come si fa col maschio o con la femmina che ci piace; a “sverginarla”, come direbbe un uomo, accoppiando al bianco del foglio il nero dell’inchiostro.”
“Una visione quasi pornografica della scrittura.”
“Erotica, prego. E’ diverso.”
“E di talenti ne ha scoperti?”
“Una, Sara. Ha appena finito il corso. Guardi qui.” disse ostendendo dei fogli scritti al computer “Questa è la sua esercitazione. Io ho dato soltanto i nomi dei protagonisti, Paolo e Francesca, e il lavoro che fanno, maestro d’asilo lui e trapezista lei. Le corsiste hanno fatto il resto; hanno scritto l’incipit, descritto i personaggi, costruito i dialoghi. Solo che Sara ne ha fatto un romanzo, “Amore sulla corda”. Ho appena finito di leggerlo; è una storia che parla al cuore.”
Nessun dubbio che i libri, fra gli oggetti che parlano, parlino meglio di altri. Per quello che hanno dentro. O che non hanno.
“Sta di fatto che Sara ha per ragazzo un poco di buono” proseguì Tara “e ho paura che possa bruciarsi. Vorrei che indagasse su di lui.” e ne vergò i dati su uno dei fogli.
“Ci proverò.” dissi. Benché passare dalle mogli gelose del marito a un’insegnante gelosa del ragazzo dell’allieva, non fosse proprio quel salto di qualità che chi vive di corna si augura.
“Mi farò viva fra un paio di giorni.” concluse “Stasera c’è la festa di chiusura del corso.” e si accomiatò dalla sedia e dal sottoscritto.
La mattina dopo, in edicola, mi trovai di fronte il faccione di Tara che sorrideva. Sopra la foto c’era scritto che era morta.
Fu come un gancio al mento, il colpo del kappaò. Una scossa, e dopo il buio. Poi, lentamente, tornò la luce, e con essa il movimento. Comprai il giornale e aprii alla cronaca di Pistoia. “Tragedia in un attico del centro. Insegnante di scrittura si getta nel vuoto.” Era una notizia dell’ultim’ora, un trafiletto di poche righe. “Per motivi sconosciuti la direttrice della scuola puntini puntini ha raggiunto la ringhiera del terrazzo e, inutilmente trattenuta da puntini puntini, sua socia nella scuola, si è buttata di sotto.”
La Tara che si uccide? Col riscatto delle donne in arrivo?
Tornai a casa per riprendere possesso della realtà. Per avvolgermi in quella quotidianità che, per quanto vuota, è il pieno della nostra vita. Non sapevo che fare, né come. Una cosa sola sapevo, che avevo preso un impegno, e che l’avrei mantenuto. Sia pure alla memoria.
Andai a trovare la cisterna del primo piano, che mi rovesciò addosso per via oculare ondate d’acqua salina, intervallate da raffiche di “Non può averlo fatto”. Il refrein di una canzone senza testo. I figli stavano elaborando il lutto a modo loro, intenti quali erano a sventrare un orsacchiotto. L’osso di pezza per farli star buoni.
“Faccia qualcosa, la prego!” gridò la fiera del pianto.
“Bambini, per piacere, la mamma…”
“No, non con loro! Per Wanda!”
“Già… L’aveva sentita depressa ultimamente?”
“Depressa lo è sempre stata, ma con un carattere che tritava tutto.”
“Mi parli di lei.”
“Dopo il classico ha fatto l’università, lettere, e dopo la laurea ha scritto un libro, “Senza orpelli”, la storia di una tizia sovrappeso che, per mangiare senza rimorsi, toglie di mezzo prima gli specchi e poi la sua ombra. Finirà per perdere la propria identità, per ritrovarla, alla fine, fra gli specchi deformanti di un luna park. Poi ha aperto la scuola e s’è messa a insegnare.”
“E la vita privata?”
“Era la scuola la sua vita, e la biblioteca la sua casa. Almeno che io sapessi. Queste sono le sue chiavi di casa. Le prenda, a lei non servono più.”
Una volta fuori, per chiarirmi le idee raggiunsi un prof di filosofia che avevo conosciuto in facoltà prima di laurearmi, che s’era dato alla scrittura. L’ultima sua fatica, “Cosa c’è da ridere?”, era un racconto autobiografico in polemica con chi, guardandolo in faccia e non potendo fare a meno di notarne la fisiognomica disposizione al riso, gli rivolgeva la fatidica domanda. Al che lui rispondeva che non stava ridendo, e che anzi non c’era niente da ridere. Era solo l’espressione del viso, che non coincideva mai col suo barometro interiore, regolato invariabilmente al basso. Gli chiesi se gli scrittori sono facili alla depressione.
“Sì.” rispose “Quando non vengono pubblicati. E siccome essere pubblicati è come vincere alla lotteria senza comprare il biglietto, lo sono sempre.”
“Al punto da togliersi la vita?”
“La vita, mio caro, marca una presenza e un’assenza, rispettivamente del tempo e della morte. La morte, al contrario, marca due assenze, del tempo e della vita. Credo che, tutto sommato, uno sia meglio di niente. Anche per uno scrittore.”
Una risposta inusitatamente chiara per un filosofo.
Passai dallo psichiatra che aveva avuto in cura mia madre dopo che mio padre prese il volo. Uno specialista nel trattare il male del secolo senza affogare il depresso nel Prozac. Bastavano la sua faccia da Braccobaldo e la voce da Bubu per assicurare la guarigione. Un Patch Adams inconsapevole. Se uno così curava la testa della gente, ragionava il paziente di turno, tutti potevano benissimo fare tutto. Era questo meccanismo di “specchio” che innescava il riscatto del malato. Senza medicinali aggiunti.
Lo psichiatra disse che l’endomorfo, ossia il tipo tondo, non si deprime. Quando cala il suo interesse principale e fa capolino la malattia, il suo “esistere” è garantito dal cibo. Il cibo diventa la prova del proprio “esserci”. E dunque, a suo dire, niente depressione per Tara. Anche se avrei visto meglio quel cartone animato a curare i suoi simili.
La sera diedi una letta all’esercitazione di Sara, che mi ero portata a casa.
“Francesca aveva il passo di un facchino dei mercati generali e i polpacci da ciclista. La figura però era slanciata, nervosa, e i muscoli oculari di Paolo ne furono attratti con violenza. Uno strattone di nervo su nervo, come un richiamo di cosa che conosce in altri il suo simile.”
Francesca aveva forti capelli chiari e il viso affilato di chi fende la vita come la prua di un motoscafo il mare aperto, le braccia nodose del marinaio e il tronco asciutto dell’albero maestro, su due gambe che parlavano un’impervia lingua straniera. Una lingua dall’incedere duro e cadenzato, eppure svelto e flessuoso, senz’altra concessione apparente alla morbidezza che la rotonda sommità da cui partiva quell’incedere. Una rotondità che faceva il paio con quella dei seni, non tanto grandi da presagirne fuoco e fiamme, ma non così piccoli da non autorizzarne la speranza.
Nella sua forza era bellissima, e oltremodo aggraziata. La regina delle amazzoni senza armi e corona.
Paolo aveva imbronciati capelli neri e la faccia cava, con un torso alto e sottile che, oltre a dargli un pericoloso dondolio, ne faceva un avanzo di qualcosa. Lo scarto del frutto che avrebbe potuto essere e non era stato. Completavano l’incompiuta due gambe indigenti quanto il resto. Una vite attorta con due lunghi tralci pendenti.
“Tagliare i rami secchi.” diceva sempre il padre, lui presente, potando il salice del giardino “Il fusto crescerà più forte.” Se avesse dovuto tagliare i rami secchi al figlio, non sarebbe rimasto in piedi niente.
Nondimeno era cresciuto, e tanto, portando quella secchezza ai limiti delle possibilità umane. Un miracolo d’ingegneria rampicante.”
Archiviai i fogli sul comodino e portai fuori Molly per il giro evacuativo. La primavera era esplosa, coi suoi profumi; il mio naso anche, con la sua allergia al polline; gli occhi pure, strapazzati dalle facce dei politici affastellati nei manifesti. Facce peggiori perfino delle loro idee. Ghignanti, per di più, come iene in attesa del pasto: i nostri voti. In tale miscellanea di natura e rifiuti organici, fare i bisogni dovette sembrarle una libidine.
A un tratto Molly abbaiò a un tizio. Questi, anziché il solito salto all’indietro, fece un passo avanti.
“Complimenti” mi disse sorridendo “il suo è un cane appagato.”
Lo guardai interrogativo. “Appagato”, come un impiegato dopo una promozione.
“Mi occupo di linguaggio dei cani” aggiunse “e il latrato del suo, anzi, a ben guardare, della sua, così pieno e armonico, rivela una creatura serena. Un felice rapporto di coppia.”
Era un tipo strambo, che, imparai, viveva con un danese. Nel senso di quattrozampe. E dunque molto meno strambo delle apparenze.
“I cani sono più intelligenti di quanto si pensa.” continuò “A un primo orecchio sembra che abbaino, ma in realtà parlano. Siamo noi a non capire la loro lingua, e non loro la nostra. Buonanotte. A entrambi.” e sul doppio saluto sparì.
Il giorno dopo passai alla biblioteca San Giorgio. Nella sala dedicata alla Elizabeth Smart sedevano da una parte una ragazzetta dalla chioma arruffata e le efelidi sulle gote, e dall’altra due tizi assorti. Un ciospo in forma di donna coi capelli a caschetto, e un uomo dal viso d’angelo e gli occhi immoti, appesi al nulla; i soci di Tara. Mi feci raccontare com’erano andate le cose.
“Eravamo all’aperto, in quell’enorme terrazzo” attaccò il ciospo. Patrizia, per la scuola Patti “Tara mi si è avvicinata. Aveva lo sguardo fisso; sembrava “fatta”. Ha buttato la sigaretta e ha detto che le sarebbe piaciuto volare. Io le ho preso le mani, erano fredde; le ho chiesto se stava bene. Ma lei ha stretto le mie e mi ha trascinato verso il parapetto. “Che vuoi fare, sei impazzita?!” ho gridato. Cercavo di trattenerla, ma lei era più forte di me. Quando siamo arrivate al parapetto, ha lasciato le mie mani è si gettata di sotto.”
Fabrizio, l’angelo, ripreso possesso di se stesso, confermò il racconto. Era una notte senza luna, sicché sulle prime nessuno si era reso conto di nulla. Alle urla di Patti sì, ma era troppo tardi.
“Ora però c’è un altro problema.” disse Patti “Non si trova più il manoscritto di Sara.” e indicò la ragazzetta. Il famoso talento della scuola.
“Neppure a casa di Tara?” chiesi.
“No.” rispose “Ho guardato dappertutto… Ho le chiavi di casa sua; eravamo amiche.” aggiunse, per rispondere a una domanda scortami sotto ciglia “L’aveva letto solo lei, e ne era entusiasta. Darebbe lustro sia all’autrice che alla scuola. Ma se non si trova…”
“E io che non ne ho fatto una copia.” singhiozzò la ragazzetta.
“Qualcun altro avrebbe potuto?…” azzardai facendo roteare le dita della destra. L’inequivoco segno dello sgraffigno.
Il gatto e la volpe allargarono le braccia, mentre pinocchio sbottava in lacrime.
Mi feci dare l’elenco delle allieve e dei docenti; un drammaturgo, una poetessa e un giallista. Patti si occupava di sceneggiatura, Fabrizio l’etereo di scrittura per l’arte e gli spot, e la povera Tara di narrativa.
“Come vedo la scuola?” rispose il drammaturgo, da cui andai per primo, a cui avevo rivolto la domanda “Poco chiara. Come il linguaggio di noi drammaturghi, del resto, che dev’essere sempre rigorosamente oscuro.” puntualizzò.
Assentii. Con la vaga impressione di essere preso per il culo.
“Non troppo, però. Parlare una lingua che nessuno capisce è uguale a non parlare.”
Riassentii. Con l’impressione di prima, rafforzata.
“Ma nemmeno chiaro. Insomma, il minimo. E’ risaputo che chi legge una commedia, o chi vi assiste, se non ne capisce un beneamato nulla si sentirà come “punito”, e dunque in colpa. Di conseguenza non potrà che parlarne bene. Preferisce sprofondare nella propria ignoranza che capire, e prendere per sapienza ciò che non capisce. In questo modo le parole non veicolano più un “messaggio”, ma un “massaggio”. Una carezza. C’è gente che ama essere verbalmente accarezzata, per coccolare il bambino che sonnecchia in ognuno di noi. Se vuole assistere a una mia commedia…”
“Grazie, ma le carezze preferisco darle, anziché riceverle. E non per via orale.”
Mi guardò schifato, prima di espellermi come uno sputo. Fu quindi la volta della poetessa, che mi si offrì con un sorriso caramellato.
“Nelle mie lezioni ho cercato di dimostrare” sciroppò melliflua “che la poesia non è quella specie di abito da sera che si crede, ma un capo da indossare ogni giorno. Una t-shirt. Non ci si deve sentire imbarazzati davanti a lei. Siamo noi a far diventare poetiche lo cose, tutte le cose, non solo la luna e le stelle, se le guardiamo con occhi nuovi. Come se le vedessimo per la prima volta. Solo così potremo avere il colpo di bacchetta magica che trasforma il rospo in principe, il banale in poetico. E’ questo il miracolo della poesia.”
Nessuno comunque aveva visto il manoscritto di Sara. Cosa comprensibile, essendo un romanzo e non un dramma o una silloge. Nemmeno il giallista, il quale, sostenendo, forse per deformazione professionale, che per uno scrittore un libro finito è anche un libro defunto (nel senso etimologico del termine, che ha svolto la sua funzione, è diventato esperienza), ebbe a dire che pure lei ora aveva il suo bel morto in casa. Si batteva costui per l’abolizione dell’”happy end” dal romanzo, che gli autori inserivano, a suo dire, non per ottimismo ma per cinismo. Salvo che nel giallo, che doveva per forza finire con l’arresto del colpevole. Ovvero come ben di rado finisce nella realtà.
Poi fu il turno di Teresa, l’allieva più infoiata del corso, che, più che l’allieva di una scuola, si considerava l’affiliata di una setta. Mi disse, per dar l’idea del tipo ma anche della congrega, che una sera erano andati in un pub non lontano dalla biblioteca per una prova pratica; una sorta di commemorazione dell’ordinario. Un omaggio agli anonimi di cui nessuno parla. La prova consisteva nel descrivere i clienti del locale, dentro e fuori di loro. A un tratto lei si alzò e andò a spegnere lo stereo, perché la musica era troppo alta. La descrizione delle compagne di corso consisté nell’esporre come il proprietario del locale le si era avvicinato e le aveva allungato un fiore a cinque dita. Un’offerta che lei non era riuscita a rifiutare. Le stelle che vide però non riuscì a descriverle nessuna corsista, nemmeno per approssimazione.
Teresa ignorava che Sara stesse scrivendo qualcosa. Forse perché il suo ego esauriva i possibili ego in circolazione.
La sera recuperai i fogli dal comodino e mi sparai un altro pezzo di esercitazione.
Francesca passeggiava a testa alta e cuore basso. Ripensava alla sua vita in cielo, a quei voli da sbiancare uno stormo di corvi imperiali.
Amava catturare gli occhi della gente, le bocche dei bambini che, spalancati a oblò, la guardavano volteggiare in aria, fissandola come lo specchio fissa il vanesio. E amava concedersi ai loro applausi sperticati, alle grida entusiaste di chi vedeva in lei la farfalla, come ai commenti a fior di labbra di chi preferiva vedere la falena.
Era la sua vita; non ne conosceva altre. Una vita che però non lasciava spazio, e perciò vita, alla sua legittima proprietaria: lei.
Era stanca di volare; voleva tornare coi piedi per terra, abbandonare il mondo degli uccelli e tornare a quello degli uomini. Trovare un compagno che assecondasse la sua nuova terrenità e mettere su casa, famiglia. Figli. Farne uno col domatore di leoni era sensato quanto farlo con un collaudatore di paracadute fallati; anche se quando stava col mangiatore di coltelli prima e l’uomo proiettile poi il domatore le sembrava un lavoro di tutta tranquillità. Come l’avrebbe presa il giorno in cui lui le avesse detto: ”Porto il pupo a far vedere dove lavora papà”? E se anziché metterlo a giocare nel box l’avesse messo nel recinto? No, niente figli con chi fa certi mestieri.
Ma perché non era un’impiegata, una commessa, o una casalinga annoiata dalla vita infelice anziché una stella del circo senza una vita?
Paolo portava in giro un passo hertziano guardandosi le spalle come un ladro, quasi a temere di essere seguito da un alunno invadente, o di esserselo portato appresso e averlo perso, o peggio, essersi dimenticato di averlo perso.
L’affetto per quei piccoli svogliati non lo lasciava un momento, salvo dirottare a volte verso le loro mamme. Quand’era piccolo le mamme gli sembravano tutte brutte e vecchie, tranne la sua. Ora invece gli parevano tutte giovani e belle. Specie alcune. Avrebbe voluto essere il padre di quei terremoti, il compagno di giochi, l’amico. Ma soprattutto il marito di certe madri. O, meglio ancora, l’amante.
Il fisico però non lo aiutava, e il suo animo si faceva carico di compensarlo di quelle gratificazioni che le femmine usano riservare ai maschi dotati di un visibile campionario di muscolatura. Maschi per i quali pure il cervello è un muscolo ma, non apprezzandosi esteriormente, non necessita di esercizio.
Aveva voglia di volare via, di staccare i lunghi piedi da terra e librarli nell’aria come le elitre di un coleottero; farli atterrare su un pianeta dove si potesse vedere fuori e dentro i corpi, l’involucro e il suo contenuto di fibre, gangli e buoni sentimenti. Per apprezzare il bello ma anche il buono. Un pianeta abitato da corpi di vetro. Dei vetri a rendere.”
Riarchiviai i fogli sul comodino con una fissa in testa. Dov’era finito il manoscritto di Sara? Benché apparentemente non c’entrasse nulla con la morte di Tara. O c’entrava?
Uscii con Molly per l’esplorazione serale del territorio. Lungo il sentiero incontrammo il tizio della sera prima con la sua metà, il danese. Molly, di fronte al maestoso esemplare di alano -il re dichiarato dei cani, almeno quanto il leone lo è degli animali tutti-, si mise ad abbaiare sonoramente.
“Sembra che non ne voglia.” disse il glottologo canino calcando il “sembra” “In realtà ne vuole a pacchi dal mio Leo.” Guarda caso, si chiamava come il re della foresta “Il latrato della sua è un vero e proprio richiamo d’amore.”
“E’ vero?” chiesi a Molly.
Molly, che, al pari di tutti i cani, non sa mentire, emise un guaito d’assenso.
“Ha visto?” riprese il tizio “Le cose non sono mai come sembrano.” sentenziò, e salutò la compagnia.
La frase mi richiamò l’”effetto alone” della psicologia sperimentale, causa di errate valutazioni nel giudicare la personalità altrui. O la zucca fra le zampe di Giacomo, il figlio di un mio amico, che si ficca a testa in giù per veder scaturire un mondo nuovo, diverso dal solito. Un po’ come per la poesia, a pensarci.
Il mattino dopo portai i miei occhiali a casa di Tara. Pareva ci fosse passato un tifone. Il tifone si chiamava Pietro. Disse di essere il ragazzo di Sara, di essere lì per cercare il manoscritto e restituirlo alla sua artefice.
“Maledetta cicciona!” sbottò a un tratto “Dove cazzo l’ha messo?”
“Guarda che la “cicciona” è morta” replicai “e stravedeva per la tua Sara. Perciò cavati dalle palle.”
Mi ritrovai ad amoreggiare col piancito, senza sapere perché e percome. Fu il dolore a uno zigomo a suggerirmi sia l’uno che l’altro. Frattanto Pietro, a evitare rappresaglie orizzontali, se l’era battuta.
Scesi anch’io. In un tale soqquadro era impossibile che, se ci fosse stato qualcosa da trovare, chi c’era stato prima di me non l’avesse trovato. Senonché, passando dall’androne delle scale, l’occhio mi cadde sulla finestrella della buca della posta di Tara, dove lumeggiava un cartoncino bianco. Lo recuperai con un paio di pinze con cui toglievo le zecche a Molly. Era l’avviso di ricevimento di una raccomandata. Il destinatario era il Concorso Italo Calvino – Opere prime, il mittente Sara Varzi c/o Wanda Tarozzi. Il mistero del manoscritto era risolto, quello della morte di Tara ancora no.
Andai da Sara, per tranquillizzarla senza sbottonarmi. Le chiesi com’era riuscita a scrivere un romanzo dal nulla.
“Io sono figlia di un italiano e di una rumena.” rispose “Lui era maestro d’asilo, e lei acrobata.”
“La realtà supera la fantasia.” commentai.
“Ho scritto la storia del loro amore. Un amore osteggiato dai genitori di mio padre. Lei venne in Italia col circo, lui portò la classe a uno spettacolo, e quando la vide danzare in aria se ne innamorò. Dopo mille sotterfugi scapparono in moto, ma caddero e si ruppero una gamba ciascuno. In ospedale decisero che era meglio morire insieme, piuttosto che vivere separati. Si buttarono dalla finestra, ma il peso del gesso li fece cadere sulle gambe, sicché si ruppero anche l’altra. A quel punto la famiglia di mio padre cedette.”
“Quindi è un vizio di famiglia cercarvi degli amori complicati.”
“Che c’entra Pietro, adesso?”
“C’era anche lui alla festa?”
“E’ il mio ragazzo, no?”
“Già… Ha fumato molto, Tara, quella sera?”
“Parecchio. Solo che, avendo dimenticato le sigarette, è andata sempre a scrocco.”
“Le ha chieste a qualcuno in particolare?”
“Un po’ a tutti. Per non pesare su uno soltanto, ha detto.”
“E… era fumo pulito quello di Pietro?”
“Pietro non fuma più erba da un pezzo.” gracchiò “Guardi le altre allieve, piuttosto. Figlie di papà col pallino delle scrittrici, tutte dieta, pasticche e spinelli.”
“Okei. A proposito” dissi nel togliere il disturbo “per il manoscritto, stai tranquilla. Salterà fuori.”
Raggiunsi l’appartamento dove c’era stata la festa come un fiume in piena -millantai di essere della scientifica, parola al cui suono ti si spalanca ogni porta-, dragai la terrazza a piccoli passi, raccolsi le cicche che c’erano e, facendo gli scongiuri, passai in polizia da un certo Imbusto, un piacione che mi doveva un servizio (io l’avevo fatto a lui scoprendo quelli che la moglie faceva a un altro mentre lui era di turno), per farle analizzare. Gli scongiuri erano perché, fra i tanti mozziconi, ci fosse anche quello che cercavo.
Tornato all’ovile, finii di leggermi l’esercitazione:
Quando le gambe impertichite di lui incrociarono quelle da ciclista di lei, la leggera incurvatura da valchiria da camera, d’acchito pensarono a come intrecciare un dialogo a quattro.
Il problema era l’abbordo, come attaccar discorso. Dichiararsi colpito dai suoi occhi era quello più gentile, anche se il meno facile da dare a bere a una che portava una minigonna girocollo. E dalle sue gambe? Poco fine, quale approccio. Dal suo passo, fine come per le gambe. Chiederle l’ora era superato, scambiarla per una vecchia amica un azzardo, trovarla bellissima tout court un francesismo.
A un tratto gli si accese una lampada in soffitta. I bambini della scuola. Per la prima volta sarebbe stato lui a sfruttare loro, e non loro lui. Tornò sui suoi passi e la raggiunse.
“Mi scusi, non è una delle mamme dei miei piccoli?” chiese sbilenco.
Per lui i suoi scolari erano tutti “i suoi piccoli”, quasi quanto per mamma passera gli occupanti stabili del nido.
“Direi di no.” rispose allargando a cuore la bocca “Me ne sarei accorta, non crede?”
“Ma che ha capito?!… Non sono proprio “i miei” piccoli. Insegno in un asilo; sono i miei scolari.”
“Aaahhh!” sfiatò sollevata, accompagnando il sollevamento interno a quello, manuale, della frangia tirata a tendina sugli occhi.
Lui li vide, erano belli; occhi che centravano il bersaglio, lo facevano sanguinare. Anche se a quel punto era inutile dirglielo, dato che l’approccio ormai era cosa fatta.
“L’avevo scambiata per la madre di uno di loro.” mentì “Ma lei è molto più giovane; più bella.”
“Oh beh…” belò lei “Anch’io, in un certo senso, mi dedico ai bambini. Lavoro in un circo. Non sa quanti ne vengono.”
“Ma davvero?! E cosa fa?”
“La trapezista.”
“La trapezista?!” esclamò alzando lo sguardo, quasi a immaginarla su un filo teso fra i tetti delle case che guardava.
“La trapezista.” ripeté lei alzando a sua volta lo sguardo, come a dire “Sì, sono quella che sta là sopra.”
Quella sera il giro con Molly non finiva più. Era il suo padrone, onusto di foschi pensieri, e non lei, a dover partorire non già un semplice bisogno, ma quel tanto per chiudere il cerchio, far tornare i conti. Senza riuscirci, e senza neppure che Molly incontrasse il fusto di cui avrebbe desiderato essere la trepida ancella, e che il sottoscritto, pur amando di un amore fraterno come cane, avversava tenacemente come rivale.
La notte sognai Tara che si buttava dal terrazzo, e io, che la tenevo per impedirle di buttarsi, vinto dal suo peso saltavo con lei. Durante la caduta vedevo di sotto l’alano col suo padrone, che, guardando in alto, mi ripetevano lo stesso ritornello: “Le cose non sono mai come sembrano.” All’impatto col suolo mi svegliai di soprassalto, avvolto in un bozzolo di sudore. Spalancai gli occhi e deglutii freddo, perché stavo “vedendo” esattamente cos’era successo quella sera. Non ritrovai più il sonno, ma rimasi inchiodati al letto, ripassando le immagini fino allo stordimento e aspettando l’indomani.
La mattina dopo mi recai dal bell’Imbusto. Una delle cicche presentava una farcitura supplementare rispetto al solito tabacco; stupefacenti, un mix di ero e coca. Una sigaretta drogata te la può dare chiunque, ma c’era solo una persona che aveva interesse a darla.
Andai alla biblioteca San Giorgio, a trovare la strana coppia della Elizabeth Smart.
“Tu ti droghi. Non è così, Fabrizio?” esordii.
Faccia d’angelo allargò le ali, prima di scoppiare in stranguglioni.
“E tu, Patti, lo sapevi.”
Il ciospo sbarrò gli occhi, quasi che il soffitto dovesse franarle in testa senza chiedere il permesso.
“Patti, tu avevi una storia con Tara, vero?”
“Cooosa?”
“Una relazione. Tara ha detto che la scuola serviva a vincere la paura della pagina bianca, “come si fa col maschio o con la femmina che ci piace”, testuale. Ma perché parlare di “femmine che ci piacciono”, se il corso è per sole donne? Perché lei stava con una donna, è chiaro. Con te!”
“E con questo?”
“Con questo ti conosceva bene. Doveva aver intuito che volevi impadronirti del manoscritto di Sara e sfruttarlo a tuo vantaggio. Così l’ha fatto sparire. E visto che lei era di ostacolo ai tuoi piani, hai deciso di “suicidarla”.”
“Ma che sta dicendo!?”
“Che quella sera hai fregato a Fabrizio una sigaretta drogata e l’hai offerta a Tara, privandola così di ogni volontà, e l’hai accompagnata a corpo morto sul precipizio, ordinandole di saltare. Hai fatto credere di volerla salvare, mentre l’hai uccisa. La sua morte era il tuo alibi.”
“Non hai prove di quello che dici!”
“Sì, invece; il tuo dna sull’avanzo di sigaretta, che ho dato alla scientifica.” mentii. Difficilmente il mozzicone avrebbe potuto rivelare un semplice passaggio di mano.
“Bastardo! Tara era un’idealista, e con gli ideali non si campa. Quel romanzo avrebbe potuto lanciarci nella crema delle scuole di scrittura. Pistoia come Torino, la Elizabeth Smart come la Holden, io come Baricco!”
Era andata fuori di testa. Tanto da non accorgersi dell’ingresso di due potenziali allieve in divisa da poliziotto, seguite da Imbusto, a cui avevo raccontato ogni cosa.
La povera Tara avrebbe potuto dormire in pace. Anche perché Sara vinse il premio Calvino per inediti, andando a rimpinguare l’inesausta schiera di scrittori sconosciuti, e Pietro mise, come usa dire, la testa a posto, passando dagli spinelli alla finanza. Una droga di gran lunga peggiore.
A proposito, le elezioni finì per vincerle chi le aveva sparate più grosse. Aveva ragione il drammaturgo, al bambino che è in noi piace essere coccolato, piace credere che il futuro sarà migliore. Se non lo è, pazienza; sarà stato bello, almeno, averci creduto.
L’Amore non è di questo Mondo
Facendo retromarcia con l’auto, il signor Gilmo tamponò la signora Vinzia, che stramazzò al suolo, prontamente soccorsa da Oscar, il suo stazzonato compagno a quattro zampe.
All’uomo, a vedere la donna per terra, col bastardone che le impartiva l’estrema unzione con la lingua, per un attimo mancò il fiato, tanto che, quando sopraggiunse l’ambulanza, l’ossigeno fu insufflato prima a lui che a lei.
“Non è colpa mia.” protestò il signor Gilmo appena gli tolsero la mascherina “Ho guardato quando ho fatto marcia indietro. Non c’era nessuno.” disse quasi singhiozzando, gli occhi su quel grosso corpo di vecchia buttato sull’asfalto, più simile a un sacco di patate che a una figura di donna.
E difatti la signora Vinzia, che viveva in strada di ciò che raccattava nella spazzatura e metteva dentro un carrello da supermercato, il suo monolocale su rotelle, mentre il signor Gilmo stava uscendo dal parcheggio con la macchina, aveva visto una monetina giù dal marciapiede e si era chinata per raccoglierla. L’auto l’aveva toccata appena appena nel didietro, e lei era caduta in avanti a peso morto, per poi girare su se stessa e ritrovarsi a guardare il cielo a braccia aperte, come crocifissa.
“Dio mio.” sospirò la crista “Sono morta.”
“Stia tranquilla, signora, ora la portiamo in ospedale.” dissero quelli dell’ambulanza “Se ci fosse qualcosa di rotto, urlerebbe di dolore.”
In effetti i due cappotti sformati, che la donna portava uno sull’altro per proteggersi dal freddo, sopra ad altrettanti maglioni spessi un pollice, parevano aver attutito sia l’urto dell’auto che la caduta.
“Povera me.” sospirò di nuovo “Chi penserà al mio Oscar?”
Oscar, a sentire la padrona fare il suo nome, disegnò un’espressione sconsolata, gli occhi bassi dei bambini rimproverati ingiustamente. Un uggiolio garbato, quasi a non voler disturbare, fece da chiusa alla domanda.
“Ci penserò io, signora.” rispose il signor Gilmo, che, anche se non aveva alcuna colpa dell’incidente, se ne sentiva tuttavia responsabile, per la sofferenza che, pur senza volere, aveva causato a una persona già così duramente provata dalla vita. Una donna che dimorava in strada, senza più identità né rispetto di se stessa, con solo un cane per amico. Che ingiustizie doveva aver subito, o quali dispiaceri doveva aver passato per ridursi a vivere in quelle condizioni? Senza contare Oscar, la cui espressione afflitta e la complessione scarnita richiamavano trascorsi assai poco felici e un presente non troppo difforme.
Il signor Gilmo non si era mai sposato, forse perché non aveva trovato la persona giusta per farlo, forse per non rinunciare alle sue abitudini di scapolo, ai suoi riti, o per non doverli cambiare, non diversamente da tanti quattrozampe, per i quali i riti sono sacri. Nondimeno accolse di buon grado Oscar nel suo attico, apprestandogli un angolo del corridoio con uno panno dove dormire e due ciotole, una per l’acqua e l’altra per il cibo, e dividendo con lui quello che preparava per sé. In pratica aumentando le quantità di ciò che cucinava, che Oscar, pur essendo un cane, era e restava anzitutto un ospite, magari temporaneo, ma pur sempre tale, e non si davano da mangiare dei croccantini a un ospite. E i bocconi del padrone di casa, accompagnati a dosi crescenti di coccole, al nuovo arrivato parevano da sogno, dopo i chiari di luna nera vissuti in strada con la vecchia padrona, tanto che si affezionò ben presto anche al nuovo.
Il signor Gilmo, dopo l’incidente, andò a trovare la signora Vinzia in ospedale, e qui si rese conto che questa non era né così grossa né così vecchia. Ripulita dai residui della strada, con pigiama e vestaglia lavate di fresco, per quanto di fortuna e perciò non della sua misura, sembrava quasi bella, invece, di una bellezza offuscata, svilita. Forse erano addirittura coetanei. Due coetanei a cui la vita aveva tolto a ciascuno qualcosa; a lei la voglia di lottare, e a lui la gioia di vivere. Si trascinavano entrambi, come due molluschi, solo battenti bandiere diverse, mari lontani, seppur vicini.
“Mi dispiace.” le disse il signor Gilmo.
La donna scosse la testa.
“Lei non c’entra. Sono io che non so più badare a me stessa. E’ stata colpa mia.”
“Come si sente?”
Lei si guardò la punta dei piedi, le braccia, i palmi delle mani.
“Hanno cominciato a farmi gli esami. Dicono che mi rimetteranno a nuovo… E Oscar come sta?”
“Oh, Oscar sta benone.”
“Allora sto bene anch’io.” disse, e gli sorrise. Un sorriso contagioso, che fiorì anche sulle labbra di lui.
Il signor Gilmo andò ogni giorno a far visita alla signora Vinzia, e ogni giorno la scopriva più intelligente, più elegante, nonostante gli abiti improvvisati, di un’eleganza interiore, nascosta ma non meno luminosa; di una nobiltà d’animo schiva ma limpida, lontana anni luce da quella delle persone che conosceva. La trovava ogni giorno più meritevole di riscatto, di una vita più degna. E la sera, rientrato a casa, spartiva con Oscar la cena e i progressi della vecchia padrona, le confidenze, i piccoli segreti, e gli raccontava del suo desiderio, quasi il bisogno, di starle accanto, di prendersene cura. Di non lasciarla più.
E anche la signora Vinzia trovava quell’uomo gentile, premuroso nel suo interessarsi a lei, ben educato e pure simpatico, man mano che le si apriva, la faceva parte di sé, gradevole di carattere e anche d’aspetto e, poco alla volta, si era ritrovata ad aspettarlo come da adolescente aspettava il suo primo ragazzo, per uscirci insieme mano nella mano.
“Quando esce di qua può venire a casa mia.” le disse un giorno il signor Gilmo.
“Oh no, non sono pronta.” rispose lei.
“Ma cos’ha capito?” replicò lui “A casa mia ho una stanza in più. Avrà tutta la riservatezza che vuole.” La donna abbassò gli occhi. “Ci pensi; domani me lo dirà.” Lei alzò piano il viso e annuì.
Il giorno dopo il signor Gilmo, giunto nella camera della signora Vinzia, non la trovò. Forse era andata in bagno. Ma il letto era rifatto, pronto per una nuova occupante. Chiese a un’infermiera se l’avevano cambiata di piano o di stanza.
“No.” gli rispose “E’ morta.” L’uomo sentì cedere le gambe, appoggiò una mano al muro e trasse un respiro profondo, per impedirsi di piangere, o di dar di stomaco. Ne uscì un rantolo, che lo apparentò a un moribondo. “Era molto grave.” aggiunse “Non se n’era accorto?”
“A me sembrava… che stesse bene.” rispose più a se stesso che all’infermiera, lo sguardo vuoto contro la parete bianca.
“Forse” azzardò questa “lei “voleva” che stesse bene.”
Il signor Gilmo se ne andò come un automa. Tornato a casa, aprì la finestra e volò da chi l’aveva lasciato, chiedendo perdono al vento di ciò di cui non aveva colpa, mentre l’ospite a quattro zampe ululava al cielo tutto il suo dolore.
Oscar finì al canile, a raccontare ai compagni di pena la storia d’amore dei suoi padroni. Una storia che continua in un mondo diverso, dove non ci sono auto, carrelli della spesa e ingiustizie, ma solo anime.
La Cerimonia Funebre
“E’ morto il mio cane.” disse, un martedì d’agosto, una donna alla voce di uomo che rispondeva al telefonino del cimitero per animali “Ve lo posso portare?”
“Al momento non c’è nessuno, signora.” rispose la cornetta “Io sono via per qualche giorno, e il mio aiutante oggi è fuori a sbrigare alcune faccende. Arriverà intorno alle tre.”
“Va bene, glielo porto per quell’ora.”
“D’accordo, lo avviso io.”
Dopo pranzo, sotto il solleone, la padrona del quattrozampe partì per l’ultima dimora dell’amato, giungendo sul posto per il tempo previsto. Dopo un po’ sentì suonarle il cellulare. Era l’uomo chiamato in mattinata, il quale le disse che il treno con cui il suo aiutante doveva rientrare era in ritardo, sicché questi non sarebbe riuscito a essere lì prima delle cinque; le chiese se ce la faceva ad aspettarlo. La donna, controvoglia, rispose che l’avrebbe aspettato
A pomeriggio inoltrato, il sole ancora battente, l’addetto sopraggiunse trafelato, già sapendo, essendo stato avvisato dal suo titolare, che al suo arrivo avrebbe dovuto seppellire un cane. L’uomo si scusò con chi sapeva averlo a lungo pazientato, con questo caldo, poi; disse che con le ferrovie sai quando parti, ma non quando arrivi. Se poi parti pure in ritardo, l’arrivo diventa un miraggio, qualcosa a cui più ti avvicini, e più si allontana. Quindi aprì le gabbie che contenevano gli animali, vivi, alloggiati di fianco al cimitero, per dare al luogo un tocco di vita, di allegria. Galline, pulcini, oche, anatre, pavoni, finanche una coppia di asini. Dopodiché diede inizio alle operazioni di sepoltura.
L’uomo andò a prendere il quattrozampe dal baule dell’auto, lo cinse con un telo chiaro e lo chiuse in una cassetta di legno, poi si avviò verso la distesa delle tombe. Al suo seguito la donna, il cane del cimitero, un trovatello adottato che soleva accompagnare, a mo’ di necroforo, ogni nuovo arrivo al grande condominio di terra fino al proprio loculo, e la processione di anatre, oche, galline, pulcini, pavoni e i due asini. Un corteo funebre compunto, contrito, che di tanto in tanto rilasciava qualche verso, come per commentare con una nota di tristezza l’infausto evento, o formulare espressioni di cordoglio alla compagna del defunto, o solo esprimere a voce alta un pensiero in sua memoria. Ma forse pure d’insofferenza verso quel calore tossico. Una processione listata a lutto, se non nei colori, nelle movenze, nelle posture, e, cosa ancor più incredibile, nei visi, negli occhi sbarrati, dove pareva leggersi una pena per chi se n’era andato che sembrava potersi espiare solo spartendo il dolore di chi restava.
La donna era incredula di fronte a tanta sofferta partecipazione; mai avrebbe immaginato per il suo cane funerale più solenne, più sentito.
Giunti sulla tomba, mentre l’uomo deponeva per terra la cassetta e, preso un badile, cominciava a scavare per seppellirla, il corteo si dispose disciplinatamente in cerchio intorno alla buca che si preparava ad accogliere il quattrozampe, in un silenzio rotto solo dal gorgoglìo di trattenuti singhiozzi. Solamente alcune galline approfittavano di qualche lombrico, che la terra rimossa portava a galla, per mangiarselo. Ma era l’unica distrazione che si concedeva quella dolente corte circolare.
La padrona del cane era commossa, piangeva nel vedere una tal folla condividere il suo strazio. Tornò a casa triste per aver seppellito il suo miglior amico, ma felice per la cerimonia funebre in suo onore. Una cerimonia che non aveva mai visto neanche in chiesa. Nemmeno in quella della Certosa, la città dove seppelliscono gli uomini. Un funerale bellissimo, da augurare a chiunque si voglia bene. Da augurare a lei stessa.
Il giorno dopo la donna chiamò il titolare del cimitero; gli disse che era un benefattore, una persona speciale, un santo. Si raccomandò di ringraziare il suo addetto, perché in vita sua non aveva mai assistito a niente del genere. L’uomo ascoltò in silenzio e ringraziò a sua volta, senza riuscire a spiegarsi il motivo di tanta meraviglia. Poi telefonò al suo aiutante e gli chiese cosa era successo di così straordinario il giorno prima, poiché la pratica della sepoltura era sempre la stessa, e nessuno si era mai meravigliato tanto. Forse la poveretta era stata colta da un’insolazione, vista la protratta esposizione agli infuocati raggi solari.
Quegli rispose ricordandogli la consuetudine che aveva coi suoi animali, di non dar loro da mangiare un giorno la settimana, il lunedì, per depurarli con una giornata di digiuno – benché l’uomo al telefono non avesse mai capito da cosa esattamente dovessero essere depurati.
Ieri, martedì, si era dimenticato di dar loro da mangiare la mattina, prima di partire, e nel corso della giornata dovevano aver sicuramente finito l’acqua nelle ciotole, e quando è tornato, in ritardo per colpa del treno, col cane da seppellire subito e gli animali assetati e affamati, si è trovato a mal partito, senza sapere cosa fare. E così ha aperto le gabbie agli animali, se non altro per farli sgranchire, ha seppellito il cane, e solo dopo ha dato loro da bere e da mangiare. Chiaro che, finché non hanno bagnato la gola e riempito la pancia, non l’hanno mollato un istante, e l’hanno seguito passo passo, come attratti da una calamita, per tutti i passaggi della sepoltura.
Forse la donna si è accorta, chiese l’addetto al titolare, che gli animali non avevano ancora mangiato né bevuto?